La riforma dei buoni pasto innalza la soglia esentasse a 10 euro, offrendo vantaggi ai lavoratori e ricadute su imprese, Stato e welfare. Novità, impatto economico e limiti della misura.
Con l'approvazione della Legge di Bilancio per il 2026, la Camera ha introdotto una serie di misure atte a sostenere il reddito delle famiglie, tra cui una novità rilevante: l'innalzamento della soglia esentasse per i buoni pasto elettronici. Questa modifica mira a incentivare le assunzioni e a offrire un aiuto concreto a milioni di lavoratori, contrastando l'erosione dei salari reali.
In questo quadro, il buono pasto, già largamente diffuso in Italia, si consolida come uno dei benefit più apprezzati sia dai lavoratori che dalle aziende. Le nuove regole si inseriscono in un contesto di cambiamento del mercato del lavoro, dove la ricerca di strumenti capaci di valorizzare il potere di spesa degli occupati sta diventando sempre più centrale per la tenuta sociale ed economica del Paese.
Il principale aggiornamento normativo introdotto dal disegno di legge di Bilancio è rappresentato dall'aumento della soglia di esenzione fiscale sui buoni pasto elettronici. Dal 1° gennaio 2026, tali benefit potranno raggiungere un valore nominale di 10 euro al giorno senza concorrere alla formazione del reddito imponibile del dipendente e senza essere gravati da imposte o contributi. Questa novità modifica l'articolo 51, comma 2, lettera c), del Testo unico delle imposte sui redditi (DPR 917/1986), dove il precedente limite di esenzione di 8 euro viene sostituito dal nuovo valore.
Sul fronte dei buoni pasto cartacei, la soglia di esenzione resta invece invariata a 4 euro giornalieri. Il provvedimento riguarda oltre 3,5 milioni di lavoratori che utilizzano regolarmente i buoni elettronici, garantendo loro un vantaggio immediato, soprattutto in termini di risparmio fiscale. Tale impostazione segna un adeguamento ai livelli di spesa reale legati alla ristorazione fuori casa, fortemente influenzati dal recente aumento dei prezzi alimentari.
Le aziende beneficiarie potranno continuare a dedurre integralmente il costo sostenuto per l'acquisto dei buoni, mantenendo così l'attrattività del sistema di welfare.
L'aumento della soglia esente per i buoni pasto elettronici si traduce per i dipendenti in un beneficio tangibile sul reddito netto. Calcolando una media di 20 buoni mensili utilizzati durante i giorni lavorativi, la differenza di 2 euro per ogni ticket comporta un incremento annuo di circa 440 euro per ciascun lavoratore, totalmente detassati. Questo valore assume un peso ancora maggiore sui bilanci delle famiglie, già messi a dura prova dall'inflazione che, secondo i dati Istat, tra il 2020 e il 2025 ha inciso pesantemente soprattutto sulle spese alimentari.
Il rinnovato sistema dei buoni pasto offre una compensazione reale per l'erosione salariale, fornendo ai lavoratori un supporto all'interno del pacchetto retributivo. Questa misura risponde quindi in modo diretto all'esigenza di preservare il potere di spesa quotidiano e si adatta alle mutate abitudini dei consumatori, tra nuove modalità di fruizione e costi crescenti della pausa pranzo fuori casa. Numerosi lavoratori percepiscono il buono pasto come una vera e propria integrazione netta, equivalente a uno o due stipendi aggiuntivi nel corso dell'anno se si considerano anche altri benefit aziendali.
L'incremento della soglia esentasse per i buoni pasto elettronici presenta una doppia ricaduta positiva per il tessuto produttivo e per l'Erario statale. Dal punto di vista delle aziende, si rafforza un meccanismo di deducibilità integrale che consente di premiare i dipendenti senza aggravare il costo del lavoro. Le imprese possono pianificare politiche di welfare più strutturate, con un impatto positivo sulla motivazione e fidelizzazione dei lavoratori.
Sul versante pubblico, secondo le stime dell'analisi TEHA-Edenred Italia, la misura costa tra 75 e 90 milioni di euro l'anno in termini di minori entrate fiscali. Tuttavia, le maggiori risorse destinate ai lavoratori si traducono in un aumento dei consumi con un gettito IVA calcolato tra 170 e 200 milioni di euro annuali. Ne consegue un saldo fiscale positivo per lo Stato, oscillante tra 95 e 110 milioni di euro. Questo effetto moltiplicatore è già stato osservato in passato, come nella revisione delle soglie del 2015, quando benefici simili produssero ritorni per la finanza pubblica ben superiori ai costi iniziali.
Infine, la riduzione del tetto alle commissioni applicabili agli esercenti per accettare buoni pasto - oggi fissato al 5% - renderà più vantaggioso questo benefit per l'intera filiera, favorendo la diffusione del sistema e sostenendo l'economia reale locale.
Nell'ecosistema del welfare aziendale, i buoni pasto rappresentano ormai un elemento strutturale che contribuisce in modo rilevante al benessere dei lavoratori e, indirettamente, alla salute dell'economia nazionale. Secondo numerose ricerche, tra cui quella condotta da SDA Bocconi, il settore vale circa lo 0,75% del PIL e sostiene oltre 220.000 posti di lavoro, fra impieghi diretti e indotto collegato agli esercizi convenzionati. Le imprese che adottano strumenti come il buono pasto riescono a incentivare la produttività, a ridurre il turnover e ad accrescere la propria capacità di attrarre talenti:
Nonostante i vantaggi tangibili, emergono alcune criticità legate all'estensione della soglia esentasse. Innanzitutto, la differenza di trattamento tra buoni elettronici e cartacei rischia di creare disparità, mantenendo la soglia dei secondi ferma a 4 euro. Questo limita i benefici per alcuni lavoratori, specialmente in settori o aree a bassa digitalizzazione: