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Chi perde soldi tra gli italiani, mentre aumentano risparmi e i più poveri sono sostenuti da bonus e agevolazioni

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

In Italia, mentre l'aumento dei risparmi sembra coinvolgere molti, emergono nuove disparità economiche: tra redistribuzione, pressione fiscale, bonus e comportamenti finanziari.

Nel dibattito pubblico italiano, soprattutto dopo la pubblicazione delle ultime dichiarazioni Irpef relative, la domanda su chi perde soldi nel Paese si intreccia con le dinamiche di crescita dei risparmi e il persistente aumento delle disuguaglianze. Negli ultimi anni, i dati forniti dal dipartimento delle Finanze del Ministero dell'Economia e rielaborati dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali hanno messo in luce cambiamenti rilevanti nella distribuzione del reddito e nella capacità delle famiglie italiane di accumulare e mantenere patrimonio. Se da un lato la ricchezza finanziaria complessiva segna nuovi record, dall'altra emergono segnali contraddittori su chi effettivamente subisce perdite economiche, e su chi riesce invece a beneficiarne grazie a bonus, agevolazioni e strumenti di difesa adottati dal sistema di welfare.

Il quesito su chi perde soldi tra gli italiani va analizzato alla luce della redistribuzione fiscale, delle scelte finanziarie, a volte dettate dall'incertezza o da strategie non ottimali, e delle tutele riservate alle fasce più fragili. Comprendere questi meccanismi è essenziale non solo per valutare il reale stato di salute economica delle famiglie, ma anche per accertare se le risposte fornite dalle politiche pubbliche siano efficaci nel ridurre le disparità oppure, paradossalmente, finiscano per accentuarle.

La fotografia dei risparmi degli italiani: numeri e tendenze

L'analisi aggiornata evidenzia che la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ha superato nel 2024 i 6.000 miliardi di euro, segnando una crescita di oltre 249 miliardi rispetto al 2023 (+4,3%). Tale espansione si traduce in una diversificazione degli strumenti di risparmio: accanto ai conti correnti (1.593 miliardi, pari a circa il 26% del totale), il peso degli investimenti in titoli, obbligazioni e azioni ha registrato un balzo significativo (da 2.169 miliardi nel 2023 a 2.247 miliardi nel 2024), testimoniando una maggiore sofisticazione nelle scelte finanziarie e la ricerca di rendimenti più elevati in risposta all'erosione inflazionistica.

I conti correnti, pur rappresentando la quota più diffusa tra le famiglie, hanno mostrato una crescita nominale contenuta nell'ultimo anno (+1,1%), mentre l'attenzione si è spostata verso asset più remunerativi. Il 77% dei correntisti, però, detiene saldi inferiori a 12.500 euro, con una media di 14.981 euro per conto: ciò riflette una distribuzione polarizzata, in cui la maggior parte mantiene riserve limitate e una minoranza detiene patrimoni nettamente superiori. Gli investimenti in BOT, BTP, fondi e polizze assicurative stanno vivendo una vera e propria ripresa, supportata dall'attrattività dei nuovi rendimenti e dalla necessità di difendere il potere d'acquisto.

Degna di nota è anche la riduzione del peso relativo della liquidità: dal 31% del 2019 al 26% nel 2024. Emerge così una tendenza chiara: meno denaro fermo nei conti, più risorse dirette verso strumenti capaci di generare ritorni. Tuttavia, la ricchezza non è distribuita in modo uniforme, con una preponderanza di patrimoni concentrati in poche mani e una larga fascia che fatica a superare la soglia della semplice sicurezza economica.

Redistribuzione del reddito e slittamento verso l'alto

I dati sulle dichiarazioni Irpef offrono una lente preziosa per cogliere le trasformazioni sociali in atto: dal 2008 al 2025 sono infatti aumentati di oltre un milione i contribuenti totali, ma la crescita più consistente è concentrata tra coloro che effettivamente versano imposte (+3 milioni, +9,7%). Particolarmente rilevante il cosiddetto slittamento verso l'alto: il numero di dichiaranti nelle prime tre classi di reddito (fino a 20.000 euro) si è ridotto di circa 7,56 milioni di individui, mentre le classi da 20.000 a 55.000 euro hanno visto un aumento di 7,45 milioni.

Questo spostamento lascia presagire un miglioramento nella posizione economica relativa di ampie fasce di popolazione; tuttavia, occorre tenere conto dell'effetto delle politiche fiscali e del sistema dei sussidi, che hanno determinato sia benefici per le fasce più vulnerabili, sia un accentuarsi della pressione su chi si trova appena oltre la soglia di accesso alle agevolazioni.

Nei dettagli, i contribuenti con redditi tra 20.000 e 29.000 euro sono aumentati di quasi 2 milioni, mentre quelli nelle fasce superiori presentano incrementi ancora più marcati. Quasi specularmente, il numero di dichiaranti nei livelli più bassi è calato, in apparenza segno di una mobilità sociale positiva. Nonostante ciò, resta un cospicuo gruppo nella cosiddetta area grigia, ovvero soggetti che continuano a dichiarare poco per conservare l'accesso a benefici ISEE e altri bonus.

Le classi che pagano più tasse: chi sostiene il carico fiscale

L'evoluzione del gettito fiscale certifica una divaricazione evidente: se i contribuenti fino a 20.000 euro di reddito hanno ridotto il peso fiscale a loro carico (dai 27,5 miliardi del 2008 ai soli 10,8 miliardi nel 2024, -60,7%), le classi fra 29.000 e 55.000 euro hanno visto un aumento considerevole sia del numero di contribuenti che della quota versata (fino a +92% rispetto al 2008). Gli incrementi più forti riguardano chi dichiara più di 29.000 euro, con una imposta media nettamente superiore e minori possibilità di accedere ad agevolazioni:

Classe di reddito

Variazione versanti

Variazione gettito (mld €)

Fino a 20.000€

-7,56 milioni

-16,7

20.000-29.000€

+1,97 milioni

+1,86

29.000-35.000€

+2,6 milioni

+13,6

35.000-55.000€

+2,88 milioni

+25,2

55.000-100.000€

Aumento significativo

+14,1

Oltre 100.000€

Aumento

+20,7

In sostanza, la quota di contribuenti tra 29.000 e 35.000 euro e soprattutto chi supera i 35.000 euro sono diventati i nuovi obbligati del fisco, con oneri crescenti e un accesso sempre più limitato a detrazioni, assegni familiari e bonus. Al contrario, chi resta sotto la soglia dei 29.000 euro non solo paga meno, ma beneficia di una parte più consistente dei servizi e delle agevolazioni pubbliche previste dal legislatore.

Bonus, agevolazioni e sussidi: chi beneficia e chi resta senza

Negli ultimi anni, la combinazione di bonus, agevolazioni fiscali e sussidi mirati ha inciso profondamente sulla capacità delle famiglie di mitigare le difficoltà economiche. Le fasce di popolazione con redditi più bassi sono infatti risultate la principale platea a beneficiare di questi strumenti: detrazioni, trattamento integrativo, assegno unico e contributi per l'acquisto di beni essenziali hanno garantito un sostegno efficace a milioni di nuclei familiari, contribuendo a ridurre il carico fiscale e ad accedere a servizi pubblici fondamentali.

Tuttavia, la zona di passaggio tra i beneficiari pieni e chi si trova poco sopra le soglie ISEE rappresenta oggi il punto più critico: numerose famiglie, pur registrando aumenti dei redditi dichiarati, si sono ritrovate escluse dalle principali agevolazioni e parallelamente gravate da una tassazione più elevata. Questo fenomeno accentua la percezione di iniquità e di trappola della fascia media, in cui chi appena supera i limiti prestabiliti dal welfare perde contemporaneamente accesso agli aiuti e subisce le aliquote più alte.

Nel contesto, le critiche si sono concentrate sui possibili effetti distorsivi di una agevolazione a pioggia che, se non calibrata, rischia di alimentare pratiche elusive e incentivare una dichiarazione di redditi inferiori al reale per mantenere i benefici. Il tema resta al centro delle proposte di riforma fiscale e della valutazione dell'efficacia delle politiche pubbliche.

Il paradosso dei poveri e la questione dei dati sulla povertà

A fronte di un reddito medio pro capite in ascesa e di una composizione dei risparmi sempre più articolata, i dati Istat continuano a segnalare un incremento dei cosiddetti poveri assoluti e relativi. Questo paradosso statistico, che vede aumentare contemporaneamente sia la ricchezza nazionale aggregata sia il numero di individui in situazione economica critica, trova spiegazione in vari fattori:

  • sistemi di rilevazione diversi tra Istat e Ministero delle Finanze;
  • aumento della popolazione fragile, composta da disoccupati cronici, sottoccupati, lavoratori irregolari e pensionati minimi;
  • differenze tra reddito da lavoro, patrimonio dichiarato e capacità di spesa effettiva.
In aggiunta, esiste una fetta di contribuenti che, per motivi diversi, si colloca nell'area grigia, continuando a dichiarare redditi molto bassi anche in presenza di cambiamenti reali, per non perdere il diritto a sussidi e agevolazioni. Gli indicatori sulla povertà, quindi, vanno interpretati considerando le modalità di accesso ai benefit e le strategie difensive adottate da alcune fasce di popolazione per non restare prive degli strumenti di protezione sociale.




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Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossi è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogli ...