Il settore moda e abbigliamento italiano affronta una crisi senza precedenti: negozi che chiudono, vendite in calo, impatti sociali e lavorativi. Soluzioni tra regolamentazione, innovazione e tutela.
Dati, storie e testimonianze raccontano una situazione in cui le chiusure di negozi, cali di fatturato e incertezza generale stanno trasformando in modo radicale il settore dell'abbigliamento. La moda, simbolo universale di creatività e identità nazionale, rischia oggi una perdita di valore e presenza territoriale senza precedenti.
I segnali d'allarme lanciati da associazioni di categoria e istituzioni regionali puntano l'attenzione su un'urgenza che riguarda non solo l'economia, ma anche il tessuto sociale e produttivo del Paese.
Quanto è profondo il declino degli esercizi tradizionali nell'abbigliamento e quali conseguenze stanno emergendo? I dati raccolti da Confcommercio, Unioncamere e Confesercenti parlano di un'Italia che, solo negli ultimi dodici anni, ha visto oltre 140mila attività commerciali abbassare la saracinesca, con una media di 18 negozi di moda chiusi ogni giorno. Nel comparto abbigliamento e calzature, la diminuzione è del 25%, mentre nelle sole regioni come la Lombardia la perdita nei centri storici raggiunge il 27,5%. Questa emorragia di punti vendita non trova compensazione nelle nuove aperture, generando un saldo negativo che impatta duramente sui territori.
Dal terzo trimestre 2025, la congiuntura indica un calo annualizzato nelle vendite del 4,1% nel settore moda, il peggior dato di tutto il commercio al dettaglio. Il crollo della domanda interna (10% in cinque anni) ha effetti a catena su filiere produttive, logistica e servizi. Nonostante l'impennata degli acquisti tax free trainata dal turismo internazionale (+54% nelle transazioni), il core del mercato resta debole, soprattutto nelle province storicamente vocate al commercio tessile come Piacenza, Ferrara, Rimini e Modena.
L'abbandono commerciale si traduce in una perdita di identità, sicurezza e qualità della vita urbana, mettendo a rischio coesione sociale e presidi economici storici. La tabella seguente rende visibile l'impatto:
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Periodo esaminato |
Chiusure totali negozi |
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2012-2024 |
140.000 |
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Projection al 2035 |
Altri 114.000 a rischio |
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Chiusure/die abbigliamento |
18 |
Oltre la crisi economica, l'Italia rischia la perdita di una dimensione sociale insostituibile.
Le ragioni alla base delle difficoltà del commercio di abbigliamento sono numerose e interconnesse. L'inflazione ha eroso profondamente il potere d'acquisto delle famiglie, costringendo i consumatori a tagliare sulle spese non indispensabili, tra cui l'abbigliamento è uno dei primi settori penalizzati. L'aumento dei prezzi di energia, alimentari e servizi ha portato a una restrizione della domanda, accentuando le criticità esistenti.
In parallelo, il dilagare dell'e-commerce e il cambiamento sistemico nelle abitudini di acquisto hanno spostato i flussi di vendita dalle boutique fisiche alle piattaforme digitali. I clienti cercano online maggiore varietà, prezzi competitivi, promozioni costanti e comodità, aspetti difficilmente replicabili dai punti vendita tradizionali.
Un altro aspetto determinante è dato dagli elevati costi di gestione. L'aumento degli affitti commerciali, delle bollette e della tassazione grava soprattutto sulle piccole realtà indipendenti, mentre le grandi catene continuano a beneficiare di economie di scala. Di seguito alcune delle principali criticità:
Infine, la competizione è esacerbata dalla presenza di grandi piattaforme internazionali e dalla diffusione degli outlet, spesso privi di regole omogenee rispetto ai negozi tradizionali. Il mercato così segmentato lascia indietro le attività meno strutturate e indebolisce il sistema nel suo insieme.
La scomparsa progressiva dei negozi di abbigliamento contribuisce al processo noto come desertificazione commerciale. I centri storici si svuotano, perdendo non solo l'attrattività economica, ma anche funzione sociale e sicurezza. La diminuzione delle attività nei quartieri centrali, come documentato da Confcommercio (quasi il 28% di chiusure in aree di pregio in Lombardia), trasforma le città in luoghi privi di vitalità e identità.
Il rischio non riguarda solo il commercio, ma coinvolge la qualità della vita: meno negozi significano meno socialità, senso di comunità indebolito e maggiore insicurezza. Anche la capacità della moda italiana di mantenere il proprio valore distintivo dipende dalla presenza di una retail experience diffusa. Senza punti vendita fisici, il made in Italy rischia di perdere voce e visibilità nei confronti del mercato globale, diventando un'etichetta svuotata di contenuto.
I dati confermano che le attività online sono cresciute del 115% nello stesso periodo, accentuando il disequilibrio a favore della vendita tramite internet rispetto agli esercizi di prossimità. Se non si interviene con politiche di rigenerazione urbana e strumenti di rilancio, si rischia di assistere a una progressiva scomparsa delle micro realtà commerciali dai tessuti urbani e dai piccoli paesi, minando il ruolo storico delle botteghe nel preservare cultura, tradizione e saper fare italiano.
La crisi del comparto non si limita ai rivenditori al dettaglio: tutta la filiera produttiva subisce ripercussioni profonde. Secondo stime Unioncamere e Confindustria Moda, negli ultimi due anni si sono persi oltre 20.000 posti di lavoro nel solo ambito dell'abbigliamento, mentre le ore di cassa integrazione nell'industria tessile-pelle sono cresciute di quasi il 200% nel 2024 rispetto all'anno precedente.
I distretti storici del made in Italy, dalle lavorazioni artigianali ai poli industriali, vedono una contrazione degli ordini e la compressione dei margini, aggravati da ritardi nei pagamenti, magazzini pieni e costi delle materie prime in salita. Anche marchi storici e industria di fascia alta denunciano un calo di esportazioni pari a oltre il 5% nel primo semestre 2024, con una perdita attesa che si avvicina a 1,8 miliardi di euro solo nelle vendite all'estero.
Gli effetti occupazionali più rilevanti:
Un nodo chiave, denunciato dalle principali associazioni di categoria, riguarda la crescente pressione esercitata dalla rete degli outlet. La sola Emilia-Romagna conta 82 strutture tra grandi poli, spacci e factory outlet, spesso in diretta concorrenza con i negozi tradizionali. Secondo le richieste della Federazione Moda, la mancanza di regolamentazione produce distorsioni di mercato: gli outlet dovrebbero commercializzare capi di campionario, invenduti, prototipi o produzioni precedenti, ma nella realtà propongono spesso assortimenti nuovi, in parte realizzati appositamente e provenienti dall'estero.
Tale situazione genera pratiche di concorrenza sleale, penalizzando i commercianti di prossimità: la Federazione Moda Italia ha proposto l'istituzione di un Garante del Piccolo Commercio e l'introduzione di regolamenti regionali chiari, sul modello di altre regioni. Tra le iniziative richieste:
L'esigenza di interventi coordinati e incisivi è diventata prioritaria per evitare ulteriori chiusure e il progressivo smantellamento del settore. Secondo le principali associazioni e fonti normative, l'insieme delle soluzioni si concentra su tre fronti: