Dopo 33 anni tra regioni e incarichi, un bancario di 61 anni denuncia il cambio di mansioni a Grosseto e chiede 235mila euro di danni. Il caso porta al centro l’articolo 2103 e la prova della professionalità.
A 61 anni, dopo 33 anni di lavoro in banca, un dipendente di Monte dei Paschi di Siena (Mps) ha chiesto al Tribunale del lavoro di Grosseto di riconoscere il demansionamento e condannare l’istituto a pagargli 235.265 euro. La controversia nasce dal cambio di incarico disposto nel luglio 2025: dopo aver ricoperto ruoli di responsabilità nell’area del credito, il bancario è stato assegnato a un nuovo ufficio nel quale, secondo quanto sostiene, non avrebbe ricevuto compiti effettivi, deleghe né collaboratori. La somma è quella domandata in giudizio, non un risarcimento già riconosciuto. Mps contesta questa ricostruzione e afferma che le attività affidate sono coerenti con l’inquadramento del dipendente.
Il rapporto di lavoro è cominciato nel settembre 1992, quando il bancario è stato assunto come operatore di sportello. La sua attività lo ha portato in Campania, Emilia-Romagna e Toscana; nel tempo è passato a mansioni con un grado crescente di autonomia. Nel ricorso, il percorso è ricostruito attraverso incarichi da titolare di filiale e responsabilità nell’area del credito.
A Grosseto, dove era arrivato nel 2003, ha diretto il Centro Pmi provinciale, che seguiva i rapporti con le piccole e medie imprese. In seguito si è occupato della gestione di posizioni creditizie complesse e ad alto rischio. Nel 2017 ha seguito crediti problematici nelle province di Pisa e, successivamente, di Livorno. Due anni dopo è passato a un incarico nell’area senese; nel 2022 è tornato a Grosseto, con competenze sul credito della rete provinciale.
Tra i ruoli più recenti indicati nella causa ci sono la guida dell’ufficio High Risk e l’incarico di Sostituto dell’Area Credito Retail Toscana Sud. Il dipendente dichiara di avere gestito portafogli rilevanti, assunto decisioni in materia di credito e coordinato gruppi di colleghi. È proprio il confronto fra queste responsabilità e la successiva assegnazione a costituire il punto centrale della contestazione.
Il passaggio contestato risale al 28 luglio 2025. Quel giorno Mps ha comunicato al dipendente la sua assegnazione alla funzione denominata «Spec. Team Controlli Tutela Clientela Bancaria», con sede ancora a Grosseto. Secondo la banca, si è trattato di una scelta organizzativa e le mansioni previste sono compatibili con il livello professionale del bancario. Lui sostiene invece che il nuovo incarico lo abbia allontanato dalle attività svolte fino a quel momento.
Nel ricorso la condizione viene definita una «scrivania vuota». È l’espressione usata per descrivere, secondo la versione del lavoratore, l’assenza di incarichi concreti, deleghe operative e compiti di coordinamento. A questo, sostiene, si sarebbero aggiunte una formazione non adeguata alle nuove attività e una progressiva riduzione dei contatti professionali. La contestazione riguarda quindi ciò che gli veniva effettivamente chiesto di fare giorno per giorno, non soltanto la denominazione dell’ufficio.
Il nome assegnato a una posizione, da solo, non basta a dimostrare un demansionamento. La valutazione giuridica riguarda le mansioni reali, la loro compatibilità con l’inquadramento e il rispetto dei limiti previsti dalla legge. Occorre anche stabilire se il dipendente sia stato privato in modo sostanziale delle funzioni e delle competenze maturate nel corso della carriera.
La domanda risarcitoria è pari a 235.265 euro. Comprende le voci di danno patrimoniale, biologico ed esistenziale; il dipendente chiede anche che il giudice dichiari illegittima la nuova assegnazione e disponga il ripristino di mansioni adeguate alla professionalità acquisita. La cifra è stata quantificata dalla parte ricorrente: non corrisponde a un importo già liquidato con una sentenza.
Nel ricorso, la vicenda lavorativa viene collegata a un peggioramento delle condizioni di salute, descritto come depressione reattiva con ansia. A sostegno di questa parte della domanda sono state depositate certificazioni e consulenze. Spetterà al giudice valutare l’eventuale danno biologico sulla base degli elementi medici e del nesso causale con le condotte contestate. Il danno esistenziale riguarda invece le ricadute sulla vita personale e sulle abitudini; quello patrimoniale può comprendere perdite economiche dimostrabili.
La presenza di queste voci nel ricorso non comporta che le somme siano automaticamente dovute. Il lavoratore deve allegare e provare i danni, oltre a collegarli alla condotta del datore di lavoro. Anche se le mansioni fossero giudicate illegittime, l’entità del risarcimento dipenderebbe dal tipo di pregiudizio, dalla sua durata e dalle prove raccolte. I 235.265 euro rappresentano dunque l’importo richiesto, non l’esito della causa.
Prima di rivolgersi al giudice, nel settembre 2025 il legale del dipendente ha contestato formalmente il nuovo incarico e chiesto che gli fossero affidate di nuovo funzioni adeguate. Secondo la ricostruzione presentata in giudizio, alla prima comunicazione non sarebbe arrivata risposta. Dopo un ulteriore sollecito, Mps avrebbe sostenuto che le attività assegnate erano riconducibili all’inquadramento del lavoratore, respingendo l’accusa di demansionamento.
La causa è stata avviata davanti al giudice del lavoro del Tribunale di Grosseto. La prima discussione è fissata al 7 ottobre 2026. Il bancario fonda la propria posizione sul confronto fra le mansioni svolte prima e dopo il cambio, sulle comunicazioni relative all’assegnazione e sulla documentazione medica depositata dalla difesa. La banca sostiene, al contrario, che la collocazione sia legittima e che i compiti affidati corrispondano al livello professionale del dipendente. La decisione spetterà al giudice, che dovrà valutare le prove e stabilire quale ricostruzione sia confermata dai fatti.
L’articolo 2103 del Codice civile regola le mansioni e i limiti entro i quali il datore di lavoro può modificarle. In base alla norma, il dipendente deve essere adibito alle mansioni per cui è stato assunto, a quelle corrispondenti a un inquadramento superiore acquisito oppure a compiti riconducibili allo stesso livello e alla stessa categoria legale, secondo il sistema contrattuale applicabile. L’organizzazione del lavoro può cambiare, ma questo non autorizza a escludere di fatto una persona dalle attività o a impoverirne la professionalità in contrasto con le garanzie previste.
Per valutare un possibile demansionamento, la giurisprudenza guarda alle mansioni concretamente svolte e le confronta con l’inquadramento contrattuale, considerando i compiti affidati prima e dopo il cambiamento. Il titolo formale dell’incarico, quindi, non risolve la controversia. Contano le responsabilità effettive, il contenuto del lavoro, il grado di autonomia e i poteri assegnati, oltre alla posizione nell’organizzazione aziendale. A Grosseto il giudice dovrà chiarire se il nuovo incarico comportasse attività reali e compatibili con il ruolo oppure se, come sostiene il ricorrente, si sia tradotto in una sostanziale inattività e nella perdita delle funzioni precedenti.
La legge ammette alcune assegnazioni a mansioni inferiori. Sono legate a modifiche degli assetti organizzativi che incidono sulla posizione del lavoratore o a casi previsti dalla contrattazione collettiva. Anche in queste circostanze vanno rispettate le condizioni stabilite dalla norma: tra queste, la conservazione del livello di inquadramento e del trattamento retributivo, fatta eccezione per le componenti legate a particolari modalità della prestazione. Perciò un cambiamento nell’organizzazione non equivale di per sé a un demansionamento illegittimo. Vanno esaminate sia le ragioni e le modalità della scelta, sia le attività che il dipendente ha svolto in concreto.
In una causa di questo tipo è utile documentare con precisione la situazione precedente e quella successiva al cambio. Ordini di servizio e organigrammi, per esempio, possono essere affiancati da deleghe, obiettivi, corrispondenza e indicazioni sulle attività assegnate. Anche la formazione ricevuta e le testimonianze dei colleghi possono contribuire a ricostruire il contenuto effettivo del lavoro. Una cronologia chiara aiuta a capire se si sia trattato di una semplice modifica dell’incarico oppure della perdita concreta di autonomia e responsabilità.
La Cassazione ha riconosciuto che la lesione della professionalità può essere dimostrata anche per presunzioni, quando l’illegittimità e le circostanze del caso rendono plausibile il pregiudizio. Nella valutazione possono pesare la durata della dequalificazione, il livello delle mansioni precedenti, la misura dello svuotamento e le ricadute sulle prospettive professionali. Questo non dà diritto a un risarcimento automatico: il giudice deve individuare il danno effettivamente prodotto dalla condotta e motivare la somma riconosciuta. Quando non è possibile calcolarla con precisione, la liquidazione può avvenire in via equitativa.
Per dimostrare un danno alla salute servono elementi clinici e medico-legali che attestino la patologia e il suo legame con la vicenda lavorativa. La diagnosi, da sola, non determina l’importo del risarcimento. Il giudice considera la gravità e la durata della menomazione, insieme alle conseguenze sulla vita del lavoratore. Anche il danno patrimoniale va sostenuto con elementi concreti, come perdite economiche o opportunità professionali compromesse: non basta affermare in termini generici che la situazione è peggiorata.
La controversia pone una questione che ricorre nei rapporti di lavoro: in quale momento una riorganizzazione aziendale si traduce in una perdita sostanziale di professionalità? La risposta dipende dal confronto fra l’inquadramento contrattuale e le attività realmente svolte, non soltanto dal prestigio del ruolo precedente o da come il lavoratore percepisce il cambiamento. Anche un incarico formalmente collocato allo stesso livello può essere contestato se, nella pratica, non comporta compiti effettivi o svuota competenze e responsabilità.
Per tutelare la propria posizione è utile conservare le comunicazioni e chiedere per iscritto quali attività siano state affidate. Conviene anche annotare con precisione i compiti svolti e rivolgersi a un legale o a un’organizzazione sindacale se la situazione si consolida. Quando sono denunciati danni alla salute, la documentazione sanitaria deve essere coerente con la cronologia degli eventi lavorativi. Contestazioni tempestive, riferite a episodi specifici e accompagnate da prove, possono rendere più solida la ricostruzione in giudizio.
Una decisione sul caso non attribuirebbe automaticamente 235.265 euro a chiunque si trovi in una situazione simile: ogni controversia dipende dalle prove e dalle circostanze del singolo rapporto. Il Tribunale di Grosseto dovrà stabilire se l’assegnazione del luglio 2025 fosse legittima, se vi sia stato un effettivo demansionamento e quali conseguenze risultino dimostrate. Dovrà poi individuare la tutela spettante al lavoratore. Solo una sentenza potrà trasformare la richiesta in un eventuale risarcimento riconosciuto; per altri casi conteranno i criteri applicati ai fatti, non l’estensione automatica della somma domandata.
La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...