La legge italiana sulla trasparenza salariale punta alla parità di genere, ma tra limiti tecnici, critiche sindacali e rischio d'infrazione UE, restano dubbi sulla reale efficacia delle nuove regole per lavoratori e aziende
Nel panorama europeo delle politiche per l’uguaglianza di genere nel lavoro, la recente direttiva 2023/970 approvata dall’Unione Europea rappresenta un passo deciso verso la trasparenza delle retribuzioni e il contrasto delle disparità salariale tra uomini e donne. Il Governo italiano, in attuazione degli obblighi comunitari, ha dato il via libera il 6 febbraio 2026 al decreto legislativo destinato a recepire tali disposizioni all’interno dell’ordinamento nazionale. Tuttavia, l’adozione del provvedimento non è stata priva di critiche: numerose organizzazioni sindacali, in particolare CGIL e UIL, hanno duramente contestato l’efficacia e la portata reale della normativa, al punto da definirla una “presa in giro” nei confronti di lavoratrici e lavoratori.
L’obiettivo cardine di questo intervento normativo consiste nell’assicurare che a parità di lavoro, o di valore lavorativo, corrisponda una retribuzione uniforme, con strumenti concreti per garantire maggiore trasparenza nel trattamento economico all’interno dei luoghi di lavoro. La direttiva dell’UE nasce dalla necessità di affrontare il gender pay gap, che resta una delle maggiori cause di diseguaglianza sociale. In questo quadro, l’Italia ha l’obbligo di adeguarsi, ma secondo molti osservatori e sindacati, le modalità di recepimento rischiano di essere meno incisive rispetto alle intenzioni della legislazione europea.
La partita è ancora aperta: il decreto dovrà essere discusso nelle commissioni parlamentari e, a meno di modifiche sostanziali, dovrà portare alla completa attuazione delle regole di trasparenza retributiva entro il giugno 2026. In caso contrario, se l’Unione Europea dovesse ravvisare problemi di applicazione dei principi della trasparenza o della parità di genere, l’Italia potrebbe incorrere in una procedura di infrazione.
La nuova normativa sulla Trasparenza salariale introduce rilevanti novità per imprese e dipendenti:
Per presentare al meglio la portata dei principali cambiamenti, si può sintetizzare con la seguente tabella:
| Aspetto | Prima | Dopo |
| Accesso ai dati stipendiali medi | Non previsto | Possibile su richiesta scritta |
| Obbligo comunicazione retribuzione negli annunci | Non obbligatorio | Obbligatorio |
| Divieto richiesta RAL precedente ai candidati | Assente | Obbligatorio |
| Reporting periodico su divario di genere | Solo per alcune realtà | Esteso alle aziende con >100 dipendenti |
Le imprese con almeno 100 addetti dovranno comunicare periodicamente i dati relativi alle differenze retributive tra uomini e donne, incluse le componenti variabili e i benefit, per favorire un monitoraggio più incisivo sui fenomeni discriminatori. Le tempistiche per l’adeguamento prevedono che queste aziende siano obbligate a un primo report entro il 2027, mentre le aziende più piccole avranno obblighi alleggeriti e entreranno nel sistema in una seconda fase (2031).
Altre novità positive riguardano il rafforzamento degli strumenti per tutelare le vittime di discriminazione retributiva e la garanzia di riservatezza: le informazioni aggregate possono essere usate dai dipendenti unicamente per azionare diritti legati all’uguaglianza retributiva, escludendo ogni utilizzo improprio o finalità esplorative. Le modalità tecniche per l’accesso e la diffusione dei dati saranno dettagliate con successivi decreti del Ministero del Lavoro, così da garantire effettività e sicurezza (GDPR).
Sul fronte della contrattazione collettiva, viene altresì stabilito che l’adozione dei contratti collettivi nazionali negoziati dalle sigle maggiormente rappresentative costituisce presunzione di correttezza e conformità alla parità retributiva, salvo la possibilità per i lavoratori di dimostrare trattamenti discriminatori individuali.
La reazione dei sindacati al nuovo decreto Trasparenza è stata decisamente negativa: CGIL e UIL, tra i principali soggetti portatori di istanze in materia, hanno definito il decreto “una presa in giro”, sostenendo che le nuove regole, per come sono state concepite, rischiano di svilire gli obiettivi di uguaglianza e lasciare ampi margini di discrezionalità alle imprese.
Le critiche si concentrano su alcuni punti ritenuti insufficienti rispetto alle richieste della direttiva europea:
“Se il decreto non garantirà strumenti efficaci contro la discriminazione, ha avvertito una nota della UIL, il rischio di infrazione non è solo teorico, ma concreto”.
Ulteriori perplessità riguardano la reale efficacia della trasparenza salariale come leva di equità, in uno scenario lavorativo come quello italiano, dove restano forti differenze nella diffusione dei contratti collettivi e in cui la disparità di potere negoziale tra datori di lavoro e dipendenti si traduce spesso in scarsa tutela effettiva per le vittime di discriminazione.
Nato a Milano nel 1979, laureato alla Bocconi dopo il liceo classico ai Salesiani di Milano. Uno dei pionieri dell'Internet italiano, uno dei fondatori tra l'altro del celebre sito degli anni 90-2000 webmasterpoint.org, si occupa di organizzare tutta la parte editoriale di Businessonline, ma scrive anche lui stesso sia sulle tematiche legate ai suoi studi che alle sue passioni. In modo particolar...