ntegrazione al minimo, maggiorazioni sociali e fisco riducono sul netto il divario tra le pensioni più basse e le pensioni più alte da lavoro. L’analisi Cgil-Spi e i rischi della Manovra 2027.
Chi ha versato contributi per una vita rischia di ritrovarsi, a fine mese, con una cifra quasi identica a quella di chi non ha mai lavorato. È il «paradosso redistributivo» fotografato dall’analisi dell’Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi, riferita al 2025, e il tema torna d’attualità mentre si discute la nuova Manovra 2027 e la rivalutazione delle pensioni prevista da gennaio 2027.
Il cuore dell’analisi è semplice da enunciare e difficile da accettare. Tra integrazione al minimo, maggiorazioni sociali e prelievo fiscale, la distanza sul netto tra chi ha una pensione molto bassa e chi ha costruito, con anni di lavoro, un assegno teoricamente un po’ più alto si riduce fino a quasi annullarsi.
In altre parole, la differenza che dovrebbe premiare la storia contributiva si assottiglia fino a diventare irrisoria. Chi ha lavorato per decenni, magari con retribuzioni modeste o carriere discontinue, ottiene una pensione di poco superiore alla soglia dei trattamenti minimi. Ma proprio quel “poco superiore” lo esclude dagli strumenti di sostegno che invece fanno lievitare gli importi di chi parte da un assegno più basso, o da nessun contributo.
Il risultato è un’inversione di prospettiva: lavorare una vita intera per ottenere una buona pensione e ritrovarsi, a causa di tasse e tagli, con quasi lo stesso importo di chi non ha mai lavorato grazie ai trattamenti assistenziali riconosciuti.
Per comprendere il meccanismo bisogna distinguere come funzionano i diversi sostegni ai trattamenti minimi, che sono:
Il secondo elemento decisivo è il prelievo fiscale. Le pensioni sono soggette a Irpef, e le detrazioni per redditi da pensione, le addizionali regionali e comunali e le soglie di esenzione incidono in modo diverso a seconda dell’importo lordo.
Chi percepisce trattamenti assistenziali e integrazioni spesso si colloca sotto la soglia di imposizione o ne subisce un impatto minimo. Chi invece ha una pensione lorda di poco superiore entra nell’area in cui l’imposta comincia a erodere l’assegno, mentre il beneficio delle misure di sostegno scompare perché si superano i limiti di reddito.
Il risultato, sul netto mensile, è una forbice che si stringe in modo anomalo. Un pensionato con un assegno lordo un po’ più alto può portare a casa quasi la stessa cifra di chi riceve un importo inferiore ma integrato da misure assistenziali e meno colpito dal fisco.
A complicare il quadro c’è il meccanismo della rivalutazione annua delle pensioni, cioè l’adeguamento al costo della vita. Non viene applicata in modo uniforme: la perequazione è piena solo per i trattamenti più bassi, mentre per quelli più elevati scatta per fasce, con percentuali di rivalutazione ridotte man mano che l’importo cresce e l'ipotesi per la nuova MAnovra 2027 è ridurle ancora.
Questo significa che chi ha un assegno leggermente più alto vede il proprio potere d’acquisto difendersi meno rispetto a chi sta nelle fasce inferiori. Anno dopo anno, la distanza tra le due situazioni tende a ridursi ulteriormente, anche perché le misure assistenziali dei più fragili vengono generalmente adeguate in modo più favorevole.
Il meccanismo, nato con l’obiettivo di sostenere chi ha meno risorse e di contenere la spesa previdenziale, produce però un effetto cumulativo sul lungo periodo: un appiattimento progressivo degli assegni che mette in discussione il principio di proporzionalità tra contributi versati e prestazione ricevuta.
Il punto più delicato è di natura quasi culturale prima ancora che economica. Il sistema previdenziale italiano si fonda sull’idea che i contributi versati durante la vita lavorativa generino un diritto alla pensione, tanto più alto quanto più sono stati consistenti. Se, dopo il passaggio attraverso le tasse e i meccanismi di rivalutazione, la differenza sul netto diventa minima, viene meno una parte della percezione di equità.
Naturalmente, nessuno mette in discussione l’esigenza di tutelare chi è in difficoltà: le misure assistenziali sono uno strumento di civiltà e di coesione sociale. Il nodo è un altro: come costruire un sistema in cui la tutela dei più fragili non azzeri il riconoscimento del lavoro svolto. Il tema investe la progressività del prelievo, la struttura delle soglie reddituali e le fasce di rivalutazione, tutti elementi su cui si può intervenire con scelte politiche precise.
A rendere la questione ancora più pressante è il dibattito sulla Manovra 2027. Secondo quanto emerge, dal prossimo gennaio 2027 si punterebbe a rivedere al ribasso gli aumenti legati alla rivalutazione, ritoccando le diverse percentuali applicate in base alle fasce di reddito, aumentando, di contro, i sostegni e le integrazioni per le pensioni minime e più basse.
Se questa linea dovesse concretizzarsi, a pagare il conto sarebbero soprattutto i pensionati con importi medio-bassi ma non minimi, cioè proprio quelli che già oggi si trovano schiacciati nella zona grigia tra assistenza e pensione contributiva. Ogni taglio alle percentuali di perequazione, infatti, si somma a un meccanismo già parziale e rischia di allargare l’area in cui il merito contributivo non viene riconosciuto nel netto.
Il rischio è duplice. Da un lato si accentua la perdita di potere d’acquisto per chi ha lavorato e versato contributi. Dall’altro si alimenta la sfiducia nei confronti del sistema previdenziale, soprattutto tra i lavoratori più giovani, che già guardano con scetticismo alla propria futura pensione.
Per chi è già in pensione, la lezione pratica è verificare con attenzione la propria posizione: importo lordo e netto, eventuali integrazioni, diritto a maggiorazioni, impatto delle addizionali e delle detrazioni. Rivolgersi a un patronato o a un Caaf può aiutare a capire se tutte le prestazioni spettanti vengono effettivamente riconosciute.
Per chi lavora, il paradosso invita a riflettere sull’importanza di carriere contributive continue e retribuzioni regolari, ma anche sul valore della previdenza complementare, che può rappresentare un’integrazione utile in un contesto in cui il netto pensionistico rischia di essere compresso da fisco e rivalutazioni parziali.
Il dibattito pubblico propone diverse strade per ridurre le distorsioni:
L’analisi dell’Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi si focalizza, dunque, su una questione che riguarda milioni di italiani: il sistema, nel tentativo di proteggere chi ha meno, rischia di non riconoscere abbastanza chi ha lavorato una vita. Il paradosso redistributivo mostra come l’effetto combinato di integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, fisco e rivalutazione parziale possa ridurre sul netto la distanza tra chi ha una pensione molto bassa e chi ne ha costruita una un po’ più alta.
La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...