Dal 2000 i prezzi sono saliti in media del 63%, ma alcune voci hanno corso molto di più: casa, energia e alimentari guidano i rincari, mentre servizi, alcolici e tabacchi seguono traiettorie diverse.
Tra il 2000 e il 2025 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente di circa il 63%: un paniere che all’inizio del periodo costava 100 euro ne richiedeva circa 163 nel 2025. La media, però, copre andamenti molto diversi. Abitazione e utenze, alimentari, tabacchi e vari servizi hanno registrato rincari ben superiori; abbigliamento, istruzione e sanità sono cresciuti meno, mentre informazione e comunicazione ha segnato una diminuzione. Per una famiglia, il peso sul bilancio dipende soprattutto dalle voci a cui destina il reddito.
Nel periodo considerato l’aumento medio equivale a poco meno di due punti percentuali l’anno, calcolati con un tasso composto. Il percorso, però, non è stato lineare: a fasi di inflazione moderata si sono alternate impennate legate soprattutto all’energia e alle materie prime. Il livello raggiunto nel 2025 comprende gli aumenti accumulati negli anni precedenti, anche quando la crescita dei prezzi rallenta.
Per le famiglie la distinzione si vede bene quando l’inflazione annua scende, per esempio, dal 5% al 2%. I prezzi continuano a salire, solo più lentamente, e restano al livello raggiunto. Per recuperare potere d’acquisto, redditi e risparmi devono tenere il passo con quel nuovo livello. Nel 2025 il cosiddetto carrello della spesa è cresciuto più dell’indice generale: in media annua, alimentari e prodotti di uso frequente sono aumentati del 2,4%, contro l’1,5% dell’inflazione complessiva.
L’Istat calcola l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, il NIC, usando un paniere ponderato. Ogni voce riceve un peso in base alla quota che occupa nei consumi delle famiglie. Le spese individuali, quindi, possono seguire percorsi diversi: chi destina molto al riscaldamento o agli alimentari risente di variazioni differenti rispetto a chi acquista soprattutto beni tecnologici o sostiene costi più alti in altre categorie.
Nel confronto tra 2000 e 2025, tra gli aumenti più marcati ci sono quelli legati alla casa e alle utenze. Il risultato cambia in base alla voce presa in esame: la divisione Istat “abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili” include più componenti rispetto all’aggregato più ristretto di casa e utenze. Le elaborazioni sul periodo indicano un aumento vicino al 120% per quest’ultimo e di circa il 150% per la divisione più ampia. Entrambi superano nettamente il +63% medio.
Il costo dell’energia arriva alle famiglie attraverso bollette e combustibili, ma entra anche nei costi sostenuti dalle imprese. Elettricità e gas servono a produrre, conservare e distribuire beni; il carburante incide sui trasporti di merci e persone. Se le forniture rincarano, le aziende possono trasferire una parte dell’aumento sui prezzi finali, assorbirla riducendo i margini oppure rivedere produzione e investimenti. A cambiare sono anche l’effetto e i tempi del passaggio, secondo il settore e i contratti di approvvigionamento.
La crisi energetica legata alla guerra in Ucraina ha mostrato con chiarezza il meccanismo: gas e altri combustibili più cari hanno pesato sulle bollette e sui costi di produzione. In seguito, le tensioni internazionali hanno riportato l’energia al centro delle oscillazioni dell’inflazione. Sul prezzo pagato dai consumatori incidono anche imposte, tariffe, logistica e capacità delle imprese di assorbire parte dei rincari.
Tra il 2000 e il 2025 alimentari e bevande analcoliche sono aumentati complessivamente di circa il 90%, molto più dell’indice generale. Sono acquisti ricorrenti e difficili da tagliare. Il loro rincaro si nota soprattutto nei bilanci delle famiglie con redditi più bassi, che destinano una quota maggiore delle proprie risorse alle spese essenziali.
Le diverse componenti del reparto seguono dinamiche proprie. Cereali, carne, latticini, ortaggi e prodotti importati dipendono da condizioni di offerta e filiere differenti. Siccità, gelate, rese dei raccolti e disponibilità sui mercati globali possono modificare i prezzi agricoli. Più avanti nella filiera pesano energia, fertilizzanti, imballaggi, refrigerazione, manodopera e trasporti. Per i prodotti trasformati si aggiungono lavorazione, confezionamento e distribuzione: il prezzo esposto sullo scaffale riflette quindi più passaggi.
Le oscillazioni recenti danno la misura della volatilità di alcune categorie. Nel 2025 le commodity alimentari sono aumentate quasi del 10% rispetto al 2024, mentre l’insieme delle commodity ha perso circa il 6%. Tra i fattori che hanno spinto alcuni prezzi ci sono stati deficit di offerta per cacao e caffè. Nello stesso anno il mais è rincarato di oltre il 7%, anche in relazione alla siccità in alcune aree produttive del Sud America; il frumento, invece, è sceso del 2,2%.
Un confronto storico dell’Istat mette a paragone cinque euro nel 1926 e nel 2025. Nel 1926 quella somma permetteva di acquistare patate, pane, latte, carne, pasta e zucchero; nel 2025 corrisponde a un paniere molto diverso per quantità e valore. Il paragone rende visibili l’erosione del valore della moneta e i cambiamenti nel costo dei generi quotidiani lungo un arco temporale molto ampio.
Alcolici e tabacchi hanno registrato un aumento cumulato intorno al 120% dal 2000 al 2025. In questa categoria, oltre ai costi industriali e distributivi, incide la fiscalità, soprattutto per i prodotti sottoposti ad accise.
Più che raddoppiati anche i prezzi dei servizi finanziari e assicurativi, con un incremento superiore al 100% nel periodo. Il costo assume qui forme diverse da quello di un prodotto acquistato in negozio: può trattarsi di commissioni, premi assicurativi o tariffe. Concorrono alla variazione dell’indice la composizione dell’offerta, le modalità con cui i servizi vengono erogati e le condizioni contrattuali.
L’abbigliamento è aumentato di circa il 40%, meno dell’inflazione generale. La concorrenza internazionale e l’ampia scelta di fasce di prezzo incidono sul comparto; anche la possibilità di sostituire un prodotto con un altro esercita pressioni diverse da quelle che caratterizzano le risorse essenziali o i servizi locali. Qualità, marca e canale di vendita fanno poi variare i prezzi all’interno della stessa categoria.
Molti servizi hanno rincarato più della media. Nel 2025 hanno contribuito per 1,1 punti percentuali all’inflazione complessiva, mentre il contributo dei generi alimentari è stato di 0,6 punti. Il contributo dipende dalla variazione dei prezzi e dal peso della categoria nel paniere.
Per attività che impiegano molta manodopera, il costo del lavoro conta parecchio. È il caso dell’assistenza, della ristorazione, della manutenzione e dei servizi alla persona. Sul prezzo finale incidono anche affitti commerciali, energia, assicurazioni, materiali e trasporti. Nei servizi la produttività può aumentare con più difficoltà che nell’industria: una prestazione svolta da una persona, per esempio, non sempre può essere completata in meno tempo senza modificarne la natura o la qualità.
Anche la stagionalità si riflette nelle variazioni mensili. A febbraio 2026 le stime preliminari dell’Istat indicavano un aumento annuo del 10,3% per i servizi di alloggio e del 3% per quelli di trasporto. A maggio 2026 ristoranti e alloggio segnavano un +3,5% su base annua, mentre i trasporti erano a +5,5%. Hotel e viaggi risentono anche della domanda turistica e del periodo dell’anno.
Tra il 2000 e il 2025 i prezzi delle categorie istruzione e sanità sono cresciuti meno del 30%, secondo i valori indicati per ciascuna. L’aumento è inferiore sia al +63% generale sia a quello registrato per casa, alimentari e servizi finanziari.
Informazione e comunicazione ha seguito una traiettoria diversa: nel confronto di lungo periodo i prezzi sono diminuiti. La trasformazione tecnologica ha cambiato telefoni, accesso a Internet e dispositivi, rendendo disponibili servizi e capacità maggiori a prezzi unitari spesso inferiori. Hanno contribuito anche la concorrenza e il rapido ricambio dei prodotti, mentre in altre categorie pesano maggiormente energia, immobili o lavoro diretto.
Nel tempo l’Istat ha aggiornato il paniere per seguirne i cambiamenti nelle abitudini di consumo. Telefoni cellulari e abbonamenti Internet vi sono entrati negli anni Novanta; la telefonia pubblica ne è uscita nel 2018. Intanto, i consumatori possono acquistare dispositivi più avanzati o nuovi servizi, modificando la propria spesa per la tecnologia.
La Dott.ssa Sara Melchionda è un’esperta nel settore della sanità con oltre 15 anni di esperienza. Laureata in Tossicologia dell'ambiente e alimenti all'Università Statale di Lodi, ha sviluppato una solida competenza nelle tematiche legate alla sicurezza sanitaria, alla prevenzione dei rischi e alla valutazione degli effetti delle sostanze sulla salute. Nel corso della sua carriera ha collabora...