Nel 2026 entra in vigore il nuovo importo minimo di retribuzione giornaliera fissato dall'INPS: un valore stabilito dalla normativa che definisce limiti precisi, criteri di calcolo e implicazioni in caso di irregolarità
La recente circolare dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), emanata a fine gennaio 2026, ha ufficializzato l’aggiornamento dei minimi retributivi imponibili per i lavoratori dipendenti in Italia. La normativa per il nuovo anno stabilisce che, per la generalità dei lavoratori, la cifra minima di retribuzione giornaliera da considerare ai fini contributivi non può essere inferiore a 58,13 euro. Questo valore, determinato in rapporto al trattamento minimo mensile pensionistico, rappresenta un punto di riferimento essenziale sia per i datori di lavoro che per i lavoratori, assicurando una base previdenziale solida per tutti i rapporti di lavoro subordinato.
Il parametro adottato da INPS corrisponde al 9,5% del trattamento minimo mensile di pensione del Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD), fissato per il 2026 a 611,85 euro. Questa metodologia di calcolo garantisce coerenza e adeguatezza rispetto all’evoluzione del costo della vita e della situazione previdenziale nazionale, confermando il ruolo delle istituzioni nella tutela retributiva dei lavoratori.
La disciplina vigente per il 2026, chiarita dalla circolare INPS n. 6 del 30 gennaio, precisa le modalità di determinazione della retribuzione giornaliera minima e introduce parametri distinti in funzione dell’orario lavorativo settimanale. Il minimale giornaliero di 58,13 euro rappresenta la soglia sotto la quale non è ammesso il calcolo della contribuzione previdenziale: questa misura ha lo scopo di tutelare sia i lavoratori che il sistema previdenziale, contrastando pratiche irregolari e garantendo uniformità di trattamento.
Per la definizione delle soglie contributive rilevano sia le disposizioni di legge, sia i contratti collettivi nazionali. La normativa vigente prevede che la base per il calcolo dei contributi non può essere inferiore agli importi previsti da normative, regolamenti e contratti collettivi demarcati dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative. Di conseguenza, anche in presenza di accordi individuali o particolari, la retribuzione minima imposta dalla legge resta vincolo inderogabile ai fini contributivi.
L’importo giornaliero viene utilizzato come base di calcolo anche per chi svolge attività a tempo parziale. Nel caso di rapporti di lavoro a orario ridotto, la normativa individua un minimale di retribuzione oraria, così calcolato:
| Parametro | Importo 2026 |
| Minimale giornaliero | 58,13 euro |
| Minimale orario (40 ore) | 8,72 euro |
| Minimale orario (36 ore) | 8,07 euro |
| Trattamento minimo mensile FPLD | 611,85 euro |
| Massimale annuo base contributiva | 122.295 euro |
| Prima fascia retribuzione pensionabile | 56.224 euro |
L’importo minimo orario acquisisce particolare rilevanza per chi lavora part-time oppure è soggetto a contratti non standard. Il rispetto di questi limiti consente la piena tutela delle posizioni assicurative e il corretto accesso ai diversi istituti di welfare, come maternità, malattia e pensione, ancorando la legittimità degli adempimenti contributivi alle tabelle aggiornate annualmente dall’INPS.
Ulteriori limiti normativi riguardano il massimale annuo della base contributiva (122.295 euro per il 2026), oltre il quale non è dovuta contribuzione obbligatoria, e la soglia per l’accredito settimanale dei contributi che si fissa a 244,74 euro. Particolari categorie, come i lavoratori dello spettacolo e gli sportivi, vedono applicate soglie giornaliere specifiche, rispettivamente a 892 euro e 392 euro. Il monitoraggio e il rispetto di tali parametri si intrecciano anche con le politiche aziendali di welfare: per esempio, il tetto del valore per fringe benefit rimane a 1.000 euro (2.000 con figli), mentre i buoni pasto elettronici mantengono l’esenzione fiscale fino a 10 euro per ciascun titolo.
L’applicazione di importi inferiori alla soglia minima stabilita dalla legge comporta conseguenze di rilievo per il datore di lavoro e, indirettamente, per il lavoratore. Se la contribuzione relativa a uno o più lavoratori dipendenti viene calcolata su basi inferiori a quelle definite dalla circolare INPS, sorge l’obbligo di regolarizzazione.
L’istituto previdenziale consente ai datori di lavoro di procedere all’adeguamento dei versamenti senza l’aggravio di sanzioni, purché la regolarizzazione avvenga entro il terzo mese successivo alla pubblicazione dell’aggiornamento normativo.
Nel dettaglio, le fasi di regolarizzazione prevedono che il datore di lavoro:
Nel quadro degli obblighi vi sono rischi crescenti in caso di mancato adeguamento. Se il datore di lavoro non effettua la regolarizzazione entro i termini previsti, si espone a sanzioni amministrative e richieste di pagamento per contributi omessi, oltre a potenziali riflessi negativi sulla posizione assicurativa e pensionistica dei lavoratori interessati. Ne deriva anche un rischio di inadempienze rispetto a certificazioni obbligatorie, quali le attestazioni contributive annuali, con possibili ripercussioni anche sugli istituti di sostegno al reddito, come maternità, malattia e disoccupazione.
L’importanza di rispettare i nuovi minimi imposti dalla normativa previdenziale si riflette dunque tanto sulla compliance amministrativa delle aziende quanto sulla solidità del sistema di tutele assicurative per i lavoratori. Il monitoraggio costante delle disposizioni e l’adeguamento proattivo alle novità riportate ogni anno dall’INPS rappresentano un elemento chiave per la corretta amministrazione delle risorse umane, salvaguardando l’affidabilità e la continuità delle prestazioni previdenziali future.