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Rivalutazioni pensioni c'è già stata a Gennaio o aumento deve arrivare a Febbraio? Facciamo chiarezza

di Marianna Quatraro pubblicato il
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Nel 2026 la rivalutazione delle pensioni solleva dubbi sui tempi degli aumenti e sulle modalità di calcolo: ecco quali sono i nuovi importi e quando saranno realmente pagati

Nei primi mesi dell’anno, l’aggiornamento dell’importo delle pensioni rappresenta sempre un tema caro per milioni di pensionati, desiderosi di capire l’effettivo impatto delle misure di rivalutazione. Il meccanismo della perequazione prevede l’allineamento dei trattamenti alle variazioni dell’indice dei prezzi al consumo.

Le ultime direttive ministeriali hanno fissato la percentuale di aggiornamento degli importi pensionistici all’1,4%, generando una serie di piccoli incrementi che, nella maggior parte dei casi, rappresentano più un ritocco tecnico che una svolta economica palpabile per i beneficiari. Molti pensionati hanno notato differenze minime nei cedolini di gennaio, sollevando domande sulla presenza effettiva degli aumenti e sui tempi di erogazione degli arretrati spettanti. Proprio la tempistica tra gennaio e febbraio, insieme ai nuovi calcoli e alle modalità di accredito, rappresenta uno degli aspetti centrali su cui fare chiarezza.

Come funziona la rivalutazione annua delle pensioni e criteri di calcolo

L’adeguamento delle pensioni avviene tramite la cosiddetta rivalutazione, un meccanismo che tutela il potere d’acquisto degli assegni pensionistici rispetto all’inflazione. In base alle indicazioni fornite ogni anno dall’ISTAT, viene determinato l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), parametro essenziale su cui si basano i ricalcoli.

Il processo prevede che ogni dicembre il Ministero dell’Economia e delle Finanze comunichi la percentuale di variazione annuale, generalmente in via provvisoria, e che l’INPS proceda ad applicare il nuovo tasso a partire dal cedolino di gennaio.

La rivalutazione non avviene però in modo uniforme:

  • Perequazione piena per trattamenti fino a quattro volte il minimo INPS (per il 2026 circa 2.413,60 euro lordi)
  • Perequazione parziale al 90% per importi tra quattro e cinque volte il minimo
  • Perequazione al 75% per assegni superiori a cinque volte il minimo
Va inoltre considerato che, a inizio anno, gli importi applicati sono sempre "soggetti a conguaglio": se l’indice definitivo ISTAT dovesse differire rispetto a quello provvisorio, si procede a regolarizzazioni (sia in positivo che in negativo) nei mesi successivi.

Oltre all’adeguamento legato alla rivalutazione annua, possono intervenire ulteriori misure straordinarie a favore delle pensioni minime, che prevedono incrementi aggiuntivi rispetto a quelli calcolati con la mera perequazione.

Il tasso di rivalutazione 2026: importi e chi ne beneficia

Per il 2026, il tasso ufficiale di rivalutazione è fissato all’1,4%, una percentuale che riflette le dinamiche inflattive registrate nell’ultimo anno. Questo valore si applica agli importi pensionistici aggiornandoli con incrementi contenuti, proprio perché il tasso di inflazione è stato moderato.

La piena applicazione dell'1,4% riguarda esclusivamente le pensioni di importo fino a 2.413,60 euro lordi; ciò significa che questi pensionati sono i principali beneficiari del meccanismo di adeguamento. Per le fasce intermedie, con importi tra 2.413,61 e 3.017 euro lordi, la percentuale effettiva si ferma all’1,26% (il 90% dell’1,4%), mentre per le pensioni superiori a cinque volte il trattamento minimo l’incremento si riduce all’1,05% (pari al 75% dell’1,4%).

Una particolare attenzione va rivolta alle cosiddette pensioni minime: la somma base sale dai 603,40 euro del 2025 a 611,80 euro. A essa si somma la maggiorazione straordinaria dell’1,3%, portando l’importo effettivo a 619,80 euro mensili. Questi importi, come sempre, possono essere soggetti a piccoli conguagli qualora l’indice definitivo ISTAT diverga dai dati provvisori.

Pensione lorda mensile Incremento atteso
Minima (611,85€) +3€ circa
1.000€ +14€
1.500€ +21€
3.000€ +41€

Tempistiche dei pagamenti: perché l'aumento arriverà nel cedolino di febbraio

Molti pensionati hanno riscontrato che il primo assegno 2026 non riportava l’aumento atteso. La spiegazione risiede nei tempi tecnici necessari all’INPS per aggiornare ciascun calcolo, dopo la definizione dei tassi di rivalutazione da parte dei ministeri competenti.

Ogni inizio d’anno il cedolino di gennaio viene predisposto basandosi ancora su dati precedenti; di conseguenza, l’adeguamento effettivo dell'importo di pensione 2026 ai nuovi parametri inflattivi deve attendere l’aggiornamento delle banche dati, che spesso slitta al secondo mese dell’anno. Secondo prassi consolidata, il ricalcolo degli importi avviene ed è visibile nel cedolino di febbraio, quando non solo viene riconosciuta la rivalutazione, ma anche gli eventuali arretrati spettanti per il mese di gennaio.

La tempistica è ulteriormente complicata da altri fattori tipicamente presenti all’inizio dell’anno: 

  • Conguagli fiscali IRPEF relativi all’anno precedente, che possono ridurre l’incremento atteso
  • Ripristino delle addizionali regionali e comunali sospese a dicembre
  • Eventuali trattenute straordinarie o rimborsi di debiti fiscali.
Questi elementi possono portare a discrepanze tra le aspettative degli interessati e l’effettivo importo percepito. L’accredito del cedolino di febbraio rappresenta dunque il momento chiave per verificare la corretta liquidazione degli importi aggiornati. In caso di ritardi, l’INPS è tenuta a riconoscere gli arretrati, garantendo la completa trasparenza dei conteggi effettuati.

Gli importi netti degli aumenti: cifre reali e fasce di pensione

Le somme nette accreditate in seguito alla rivalutazione annuale risultano, nella maggior parte dei casi, contenute. L’entità dell’incremento dipende sia dalla fascia di appartenenza del trattamento pensionistico sia dalla fiscalità applicata su ciascun importo lordo.

Per offrire una panoramica chiara, ecco alcuni esempi pratici, considerando una tassazione ordinaria e senza altre detrazioni:

  • Per chi riceve il trattamento minimo (intorno a 612 euro lordi): l’aumento netto si aggira sui 3 euro al mese
  • Su una pensione di 1.000 euro lordi, la variazione mensile risulta pari a circa 14 euro lordi (meno di 11 euro netti circa)
  • Sulle fasce intermedie, fra 1.500 e 2.000 euro, la crescita si colloca rispettivamente attorno a 21 e 28 euro lordi mensili
  • Per importi superiori, si arriva a guadagni di 30-40 euro lordi (per assegni sui 3.000 euro), mentre oltre questa soglia l’incremento progressivamente si riduce
La struttura a scaglioni della perequazione determina una tutela più marcata per le pensioni più basse. Anche la tassazione contribuisce a rendere il saldo netto meno evidente rispetto all’importo lordo.
Fascia pensione lorda mensile Aumento lordo mensile Aumento netto stimato
611,80 € +3 € Leggermente inferiore
1.000 € +14 € ~11 €
2.000 € +28 € ~20-22 €
3.000 € +41 € ~28-30 €

Questi dati, pur essendo indicativi, consentono al lettore di valutare il reale impatto dell’adeguamento sugli assegni. Per importi più alti, la percentuale di rivalutazione si riduce, e la pressione fiscale può annullare buona parte dell’incremento lordo.