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Si lavora tanto, si guadagna poco e le percentuali di esaurimenti e bornout sul lavoro sono molto alte e in crescita

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di Dott.ssa Marianna Bassetti pubblicato il

Lavorare più ore non garantisce benessere: tra salari erosi dall’inflazione, carichi crescenti e precarietà, il burnout riguarda una quota sempre più ampia di persone. Un quadro che pesa sulla salute e richiede risposte da lavoratori e imprese.

Il rapporto Coop 2025 stima che circa il 30% dei lavoratori italiani si trovi sull’orlo del burnout, mentre aumenta la percezione di lavorare molto senza ricevere un reddito adeguato. La quota riguarda gli intervistati coinvolti nella rilevazione sulle previsioni e le aspettative per il 2025. Parla dunque di un rischio percepito, non di una diagnosi clinica né dell’esito di una visita medica. Il dato porta in primo piano una sensazione che molte persone riconoscono nella vita quotidiana: l’impegno cresce, ma salario reale e sicurezza economica non sempre lo seguono.

Più lavoro non significa più benessere

La sensazione di essere sottopagati non si spiega guardando soltanto alla cifra in busta paga. Pesano il costo della vita e l’intensità dei ritmi, ma anche le ore davvero lavorate e la possibilità di sapere in anticipo quanto si guadagnerà e quali saranno gli orari. Se queste condizioni peggiorano contemporaneamente, mettere a disposizione più tempo ed energie porta alla stanchezza, non necessariamente a una maggiore solidità economica. È nel rapporto tra sforzo e ricompensa che si misura, in concreto, una parte della qualità del lavoro.

Il rapporto Coop raccoglie aspettative e percezioni: non è un censimento amministrativo di tutti gli occupati italiani. Quel 30% va letto come un campanello d’allarme relativo alle persone coinvolte nell’indagine e al periodo considerato, non come la quota certificata di chi è affetto da una patologia. La distinzione conta. Il burnout è legato al contesto lavorativo; per una diagnosi serve una valutazione professionale, che non si può ricavare da un questionario generale.

Più ore, poi, non significano automaticamente una paga proporzionalmente più alta. Straordinari non retribuiti o pagati in misura insufficiente, part-time involontario, turni spezzati e disponibilità digitale fuori dall’orario possono prolungare la giornata senza far crescere il reddito effettivo. Per questo tempo di lavoro e salario reale vanno considerati insieme. Restare più a lungo sul posto o essere sempre raggiungibili non equivale, di per sé, a maggiore produttività o stabilità.

Ore lavorate: il dato medio e i suoi limiti

Nel confronto tra percezioni e statistiche bisogna distinguere le ore previste dal contratto da quelle abituali e da quelle effettivamente svolte. Le indagini Istat sulla forza lavoro rilevano occupazione e orari usando definizioni comparabili. Le fonti disponibili, però, non riportano una serie annuale completa delle ore medie italiane da mettere a fianco del dato Coop. Con i numeri citati non si può quindi concludere che l’orario medio nazionale sia aumentato nello stesso periodo in cui il rapporto ha registrato quella percezione.

Il confronto resta utile, proprio perché mostra quanto una media possa lasciare fuori le singole esperienze. Un orario standard può convivere con settimane molto lunghe per una parte dei lavoratori e con un numero insufficiente di ore per altri. In una rilevazione legata al dibattito sulla settimana corta vengono citate due milioni di persone che in Italia superano le 50 ore settimanali. Il materiale disponibile non indica, però, né l’anno né la metodologia del conteggio: quel numero non va presentato come una serie ufficiale aggiornata e non è direttamente confrontabile con le medie Istat.

Non tutto il tempo richiesto dal lavoro compare negli orari registrati. Messaggi serali, reperibilità, preparazione non retribuita e pratiche amministrative svolte da casa sfumano il confine tra attività lavorativa e riposo. Nel lavoro digitale la separazione può diventare ancora meno chiara. Potersi collegare da luoghi diversi non riduce necessariamente il carico; può anzi rendere più difficile chiudere la giornata.

Stipendi, inflazione e potere d’acquisto

La retribuzione nominale indica quanti euro si ricevono, non quanti beni e servizi si possono comprare con quella somma. Quando i prezzi salgono più rapidamente dei salari, il potere d’acquisto scende anche se la paga aumenta sulla carta. A incidere sono pure i tempi dei rinnovi contrattuali: gli adeguamenti possono arrivare dopo una fase inflazionistica, quando le famiglie hanno già dovuto affrontare spese più alte.

Nel dibattito italiano circola una stima secondo cui i salari reali sono diminuiti del 12% dal 1993. Si riferisce a un arco temporale lungo e a una specifica elaborazione; non descrive la variazione delle retribuzioni in un singolo anno e non può essere attribuita automaticamente a tutte le categorie. Il dato richiama comunque una distinzione essenziale: l’aumento nominale della paga, da solo, non dimostra che i lavoratori abbiano recuperato il potere d’acquisto perso nel tempo.

Le difficoltà si fanno sentire soprattutto tra chi ha contratti fragili, redditi bassi o responsabilità familiari pesanti. Una ricerca di Unobravo, condotta su oltre 1.500 adulti italiani che avevano cercato lavoro nei dodici mesi precedenti, ha rilevato che il 26% indicava salari bassi o poco chiari fra le principali fonti di frustrazione durante la selezione. Non è un’indagine su tutti gli occupati: riguarda candidati in cerca di lavoro. Mostra però che l’incertezza sulla retribuzione può pesare già prima dell’assunzione.

Se il reddito non basta a coprire con regolarità le spese essenziali, lavorare a lungo può non proteggere dalla precarietà economica. I cosiddetti working poor, cioè persone che hanno un impiego ma restano in povertà, rendono evidente il limite di una lettura fondata soltanto sulle ore lavorate. Contano anche il salario, la stabilità e la continuità dell’impiego, insieme alla composizione del nucleo familiare.

Burnout: che cosa misura il 30%

Nell’uso comune la parola burnout indica spesso esaurimento, demotivazione o stress intenso. In una definizione più precisa, descrive una condizione associata allo stress cronico sul lavoro che non è stato gestito efficacemente. Essere a rischio non significa aver ricevuto una diagnosi. Il dato Coop segnala vulnerabilità o una percezione di esaurimento tra le persone intervistate; non stabilisce quante abbiano una specifica diagnosi clinica.

Le indagini europee offrono un quadro di riferimento, ma misurano fenomeni diversi. Nell’European Working Conditions Survey 2024, Eurofound ha rilevato che nell’Unione europea il 20,7% dei lavoratori dichiarava di aver sofferto di ansia come problema di salute nei dodici mesi precedenti. La quota era dell’8,6% nel 2010 e del 14,7% nel 2015. L’ansia dichiarata non misura il burnout, quindi il confronto con il 30% del rapporto Coop non è diretto. Cambiano i campioni, le domande e i periodi a cui si riferiscono le risposte.

La stessa indagine stima che nel 2024 il 15,8% dei lavoratori fosse al di sotto della soglia di rischio per la depressione secondo l’indice WHO-5. Nel 2010 la quota era del 19,6%, nel 2015 del 15,6%. Anche questo indicatore non identifica il burnout. Aiuta piuttosto a distinguere le diverse dimensioni della salute mentale legata al lavoro: ansia percepita, benessere psicologico, depressione e sfinimento non sono sinonimi.

Nel materiale disponibile non c’è una rilevazione INAIL omogenea che permetta di verificare l’andamento del burnout usando la stessa definizione e lo stesso campione del rapporto Coop. INAIL e gli organismi di prevenzione si occupano dei rischi lavorativi, ma i dati citati non consentono di presentare quel 30% come una statistica clinica nazionale o come una serie in crescita misurata con criteri invariati. La prudenza nel leggere i numeri non sminuisce il segnale: evita di attribuirgli un significato che non ha.

Carichi, precarietà e perdita di autonomia

Le cause non dipendono soltanto dalla quantità di lavoro. La psicodinamica del lavoro, sviluppata dallo psichiatra Christophe Dejours, porta l’attenzione su come l’organizzazione incida sulla salute. Richieste, risorse, autonomia e riconoscimento entrano in gioco quando una persona non riesce a svolgere il proprio compito secondo criteri che ritiene corretti. Se gli obiettivi quantitativi vengono privilegiati a scapito della qualità, può emergere anche sofferenza etica: il disagio di prendere parte ad attività in contrasto con il proprio senso professionale o morale.

Tra i fattori di rischio ci sono carichi eccessivi, orari imprevedibili e scarsa autonomia; pesano anche l’insicurezza occupazionale, il controllo continuo e i rapporti conflittuali. La precarietà aggiunge una pressione particolare. Temendo di perdere il posto, un lavoratore può sentirsi obbligato ad accettare richieste, turni o mansioni senza avere spazio per negoziare. La competizione individuale e la valutazione costante delle prestazioni possono intaccare la fiducia tra colleghi e rendere più difficile affrontare i problemi insieme.

I dati europei del 2024 mostrano un’associazione tra condizioni di lavoro migliori e un rischio più basso di disagio mentale. Per l’ansia, il legame più marcato riguarda intensità e stress del lavoro; per il rischio depressivo assume rilievo l’ambiente sociale, compreso il sostegno di colleghi e superiori. Le correlazioni, da sole, non provano un rapporto di causa ed effetto. Indicano però che l’organizzazione del lavoro ha un peso, accanto alle caratteristiche individuali e alle condizioni esterne all’impiego.

Il lavoro da remoto può garantire flessibilità. Se però comporta reperibilità costante e obiettivi insostenibili, rischia di prolungare la giornata invece di renderla più gestibile. La minore possibilità di cooperare e confrontarsi in modo informale può anche rendere meno visibile il sovraccarico di una persona. La tecnologia non produce malessere per forza: a contare sono le regole adottate e il modo in cui vengono distribuiti controllo, tempi e responsabilità.

Una pressione che dura a lungo può presentarsi sotto forma di stanchezza persistente, difficoltà di concentrazione, irritabilità, sonno disturbato o perdita di motivazione. Nessuno di questi sintomi è esclusivo del burnout e le cause possono essere diverse. Se si protraggono o interferiscono con la vita quotidiana, è opportuno rivolgersi a un professionista della salute. La sofferenza legata al lavoro può accompagnarsi a disturbi fisici oppure aggravare vulnerabilità già presenti.




Dott.ssa Marianna Bassetti

La Dott.ssa Marianna Bassetti è una consulente esperta in ambito lavoro con oltre 10 anni di esperienza nel settore delle risorse umane. Laureata presso l’Università degli Studi di Milano in Giurisprudenza, attualmente opera a Milano e si è specializzata nell’analisi delle dinamiche lavorative dal punto di vista dei dipendenti, con particolare attenzione ai contratti collettivi e alle indennità...

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