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Asili nido, situazione sempre più difficile e aumento costi secondo rapporto Uil 2026

di Marianna Quatraro pubblicato il
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Mentre cresce la difficoltà di accedere agli asili nido in Italia, il rapporto Uil 2026 evidenzia costi in aumento, forti disparità territoriali e criticità strutturali che pesano su famiglie e servizi educativi

Le recenti analisi condotte dalla Uil hanno messo in evidenza come il sistema dei servizi per la prima infanzia in Italia sia oggi alle prese con difficoltà crescenti, rendendo sempre più urgente la questione dell’accessibilità agli asili nido. Famiglie e operatori del settore sono esposti a una situazione complessa, in cui i costi si fanno sempre più onerosi e la qualità dell’offerta mostra forti disparità a livello territoriale. In questo scenario, l’ultimo rapporto Uil rappresenta una fonte autorevole per valutare lo stato reale delle cose, offrendo dati aggiornati sulle rette, sulle differenze geografiche e sulle condizioni del personale impiegato nei nidi.

La crescente distanza tra nord e sud, città e aree interne, strutture pubbliche e convenzionate emerge con chiarezza dalle rilevazioni. La questione non riguarda solo i prezzi, ma coinvolge più ampiamente la qualità e la capacità di rispondere alle richieste delle famiglie italiane, incidendo in modo rilevante sulle pari opportunità di accesso a un percorso educativo precoce. 

I dati del rapporto Uil: costi in aumento e forte disomogeneità sul territorio

I dati raccolti dalla Uil confermano una tendenza costante all’aumento delle rette richieste dalle amministrazioni comunali per l’accesso ai nidi. Nel dettaglio, l’indagine prende a riferimento le famiglie con un ISEE di 15mila euro e un figlio, facendo emergere una media nazionale che si assesta a 293 euro mensili. Un valore che rappresenta solo una parte della realtà, poiché nella fotografia offerta dal rapporto si riscontrano escursioni molto accentuate a seconda della regione, della provincia e dello stesso comune.

Alcuni centri urbani, in particolare Prato (449 euro), Belluno (440 euro), Aosta (425 euro) e Genova (418 euro), si distinguono per rette particolarmente elevate, ben superiori alla media. In altre località, invece, come Mantova, il servizio risulta tutelato da una politica di gratuità, mentre Catanzaro e Lecce (80 euro), Cremona, Viterbo, Rimini e Rieti (100 euro) si posizionano molto al di sotto della media. Le disparità dimostrano come la gestione dell’offerta dipenda fortemente dalle strategie comunali e dalla possibilità o meno di destinare risorse autonome al sostegno alle famiglie.

Le differenze nell'offerta dei servizi aggiuntivi, come la mensa, accentuano ulteriormente la disomogeneità: in alcuni Comuni, Ancona e Bolzano, il pasto è incluso nella retta (rispettivamente 273 e 102 euro), mentre in altri vengono richiesti supplementi con cifre che, in determinati casi, sfiorano 135 euro in più (Reggio Emilia 135 euro, Campobasso 129, Parma 124, Catanzaro e Como 120).

Il quadro che emerge è quello di un'Italia a più velocità, dove la spesa richiesta alle famiglie per l'accesso al nido non solo varia sensibilmente, ma può diventare un vero e proprio ostacolo in talune realtà territoriali. Questa eterogeneità rischia di tradursi in una limitazione dell’uguaglianza dei diritti di accesso ai percorsi educativi della prima infanzia.

Confronto tra le rette dei nidi nelle principali città italiane: disparità di accesso e servizi aggiuntivi

L’analisi delle divergenze tra le principali città italiane evidenzia come la spesa mensile per iscrivere un bambino all'asilo nido pubblico cambi radicalmente non solo da nord a sud, ma anche tra capoluoghi appartenenti alla stessa area geografica e sia in alcuni casi 'pesante' da sostenere pur in presenza di diversi bonus per l'infanzia. Di seguito sono presentati i principali dati sui costi medi evidenziati dal rapporto Uil.

Città Retta mensile (€) Servizio mensa
Prato 449 Quota separata
Belluno 440 Quota separata
Aosta 425 Quota separata
Genova 418 Quota separata
Mantova 0 Quota separata
Catanzaro 80 120 euro
Lecce 80 Inclusa
Cremona, Viterbo, Rimini, Rieti 100 Quota separata
Ancona 273 Inclusa
Bolzano 102 Inclusa
Reggio Emilia Media 135 euro
Campobasso Media 129 euro
Parma Media 124 euro
Como Media 120 euro

L’accessibilità economica al nido non è dunque uguale per tutti: le famiglie residenti in città con rette elevate e servizi accessori a pagamento sono costrette a fronteggiare un onere proporzionalmente più elevato rispetto al reddito. Al contrario, Comuni come Mantova, Catanzaro o Lecce rappresentano modelli opposti, capaci di abbattere le barriere socio-economiche attraverso politiche inclusive.

Il servizio mensa può essere incluso nella retta o fatturato separatamente, trasformandosi in una ulteriore forma di penalizzazione per molte famiglie.

L’impatto dei costi sull’accessibilità per le famiglie: chi rischia di restare escluso

L'elevato costo medio e la forte disomogeneità tra territori pongono non poche famiglie nella condizione di dover rinunciare a un servizio rilevante per la crescita dei figli e l’organizzazione familiare. Gli esperti del settore sottolineano che l’accessibilità economica rimane l’ostacolo principale, soprattutto per nuclei a reddito medio-basso e in aree dove le politiche locali non prevedono adeguate esenzioni o agevolazioni.

Le famiglie con un ISEE superiore ai 15mila euro, soglia solitamente utilizzata per l’applicazione delle tariffe più vantaggiose, si vedono spesso applicare tariffe che possono superare i 400 euro mensili, a cui possono aggiungersi ulteriori costi per mensa e servizi integrativi. Non sorprende, quindi, che l’effettiva platea degli utenti resti ampiamente inferiore rispetto al potenziale, con tassi di copertura poco superiori al 24% nelle grandi città come Roma (dati aggiornati al 2025).

  • Il rischio di esclusione coinvolge maggiormente:
    • I nuclei privi di una rete familiare di supporto
    • Le donne lavoratrici, che vedono aumentare la difficoltà di conciliazione vita-lavoro
    • Le famiglie monoparentali e quelle residenti in aree con servizi scarsi o troppo costosi
Queste criticità si traducono anche in un ostacolo all’inclusione sociale e alla lotta alla povertà educativa, con effetti negativi sul percorso formativo dei bambini e sulle opportunità occupazionali dei genitori, in particolare delle madri.

Personale educativo, liste d’attesa e qualità dei servizi: un sistema sotto pressione

La carenza di personale educativo e l’instabilità contrattuale sono tra gli aspetti più critici che emergono dall’indagine Uil e dalle voci degli operatori. Le conseguenze immediate di questa situazione sono:

  • Lunghe liste d’attesa per l’accesso ad asili pubblici e convenzionati, con diversi bambini non assegnati a nessuna struttura
  • Chiusure anticipate o temporanee di sezioni per mancanza di supplenti, specie nei municipi periferici
  • Aumento del ricorso ai contratti precari e part-time, che secondo la Uil è cresciuto di oltre il 100% tra il 2022 e il 2024
Anche la qualità del servizio risente direttamente di questi squilibri. Le difficoltà di copertura si traducono spesso in aumento del rapporto bambino/educatore e minori occasioni di formazione continua, compromettendo la possibilità di offrire un’esperienza educativa di reale valore. Situazioni particolari si registrano nei comuni che hanno investito su sistemi di graduatoria unica, digitalizzazione delle domande e bandi trasparenti, come Modena, laddove permane comunque il nodo del personale da formare e stabilizzare.

La stabilità del personale è fortemente correlata alla qualità percepita e alla continuità educativa, due aspetti centrali per il positivo sviluppo dei più piccoli. L’attuale scenario evidenzia invece la necessità urgente di un piano complessivo di valorizzazione, formazione e consolidamento delle professionalità attive nei servizi per la prima infanzia.

 



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