Tra nuovi strumenti come l’assegno di frontiera e la Zona Economica Speciale, quali sono le strategie per aumentare i salari nei comuni italiani al confine svizzero e i possibili impatti, vantaggi e prospettive future.
L’area di frontiera tra l’Italia e la Svizzera, in particolare le province di Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola, rappresenta una delle realtà economiche più peculiari del territorio nazionale. Il divario salariale che separa i dipendenti italiani da chi lavora oltreconfine è storicamente marcato, alimentando un costante movimento di lavoratori verso la Confederazione Elvetica. Le differenze nei livelli retributivi, le condizioni fiscali e la vicinanza geografica hanno reso il lavoro in Svizzera estremamente attrattivo, ma hanno anche generato criticità per le aree italiane limitrofe. In questo scenario, la discussione istituzionale intorno a nuovi strumenti per sostenere i residenti nei comuni frontalieri si è fatta sempre più rilevante. L’adozione di politiche volte a riequilibrare il sistema retributivo è al centro dell’attenzione delle autorità italiane, in particolare alla luce dei più recenti dati sulla mobilità del lavoro e sulle ripercussioni economiche locali.
L’assegno di frontiera è una misura economica pensata per i residenti italiani dei comuni vicini al confine svizzero, le cui dinamiche occupazionali sono fortemente influenzate dalla presenza della frontiera. Si tratta di un sostegno diretto in busta paga, noto anche come "premio di frontiera", che mira a ridurre il differenziale retributivo tra chi lavora in Italia e chi esercita la propria attività in Svizzera. Questa iniziativa nasce dalla volontà delle istituzioni di contenere il fenomeno della fuga di manodopera, frequentemente indirizzata verso il mercato elvetico, più favorevole sotto il profilo salariale.
Il meccanismo dell’assegno prevede che una parte delle risorse fiscali derivanti dall’attività dei cosiddetti frontalieri venga destinata direttamente ai lavoratori italiani. In precedenza, una quota significativa delle imposte versate in Svizzera veniva restituita ai comuni di residenza per finanziare servizi e investimenti locali. Con la nuova proposta, una porzione di tali risorse sarà trasferita ai lavoratori, con un impatto tangibile sul reddito individuale.
La logica sottostante si ispira alla ricerca di equità economica e al sostegno delle economie locali, troppo spesso depauperate dalla competizione salariale con il vicino svizzero. In prospettiva, l’obiettivo è duplice: da un lato, offrire un incentivo concreto ai lavoratori affinché restino occupati nel territorio italiano; dall’altro, garantire solide basi socio-economiche alla fascia di frontiera, ritenuta fragile e soggetta a pressioni sia occupazionali sia demografiche.
La Zona Economica Speciale (ZES) è uno strumento adottato dal legislatore italiano per attrarre investimenti, creare sviluppo e sostenere le aree meno competitive. Introdotta originariamente nel Mezzogiorno, la ZES si fonda su regimi agevolativi rivolti ad aziende che investono all’interno di ambiti geografici designati. La recente proposta prevede l’estensione di queste misure alle zone di frontiera con la Svizzera, coinvolgendo specificamente quei territori storicamente condizionati dal pendolarismo lavorativo.
I vantaggi principali per le imprese includono:
L’applicazione alle aree di confine integra le finalità storiche dello strumento con l’esigenza peculiare di mitigare gli effetti della concorrenza svizzera. L’obiettivo non è quello di creare una situazione competitiva svantaggiosa verso il Paese vicino, ma di ristabilire equilibri socio-economici e stimolare l’occupazione, seguendo una linea di continuità con la razionalizzazione normativa avviata nelle altre regioni italiane.
Il perimetro della nuova ZES del Nord Italia interessa le province più vicine al territorio elvetico: Varese, Como, Sondrio e Verbano-Cusio-Ossola. Sono coinvolti in particolare i comuni che si trovano entro una fascia di 20 chilometri dal confine con la Svizzera e che, per posizione e vocazione economica, risentono maggiormente delle conseguenze del pendolarismo lavorativo.
Questi territori, secondo le stime dei più recenti studi, interessano circa 70.000 frontalieri, rappresentando una realtà di primaria importanza sia per il tessuto economico locale sia per le relazioni internazionali. La presenza di aree industriali, logistiche e un vasto indotto artigianale rende la zona di frontiera un osservatorio privilegiato sulle dinamiche del mercato del lavoro in una prospettiva transnazionale.
L’estensione della ZES a queste aree risponde all’esigenza di sostenere la competitività locale e rafforzare l’occupazione interna, evitando la dispersione di competenze verso la vicina Svizzera. I comuni coinvolti beneficeranno non soltanto degli sgravi fiscali e contributivi, ma anche di una maggiore quota di risorse direttamente restituite sotto forma di premi ai lavoratori residenti.
L’introduzione dell’assegno di frontiera, abbinata all’operatività della ZES, punta a generare effetti diretti e misurabili sulla retribuzione netta dei lavoratori impiegati nei comuni italiani prossimi al confine. L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni è colmare parte dello scarto che da anni caratterizza il confronto tra le buste paga italiane e quelle elvetiche.
Secondo le proiezioni legate ai dati fiscali del 2025, il flusso di risorse aggiuntive stimato si attesta intorno ai 40-50 milioni di euro per il 2026, da destinare in parte rilevante ai lavoratori frontalieri. Questo importo, una volta suddiviso tra la platea interessata, consentirà un incremento tangibile dei salari netti, restituendo competitività e dignità al lavoro transfrontaliero svolto in Italia.
La misura, però, non mira a raggiungere la totale parità tra le due realtà economiche, considerati i differenti livelli di tassazione, welfare e costo della vita. L’intenzione delle autorità è compensare le disuguaglianze senza alimentare concorrenza, promuovendo invece la stabilità sociale e prevenendo il depauperamento del tessuto produttivo locale.
Resta centrale un’attenta calibrazione delle risorse disponibili e dei criteri di accesso, per evitare che la misura crei distorsioni o venga percepita come un privilegio ingiustificato. L’approccio istituzionale, in linea con le esperienze precedenti nelle altre ZES italiane, prevede un monitoraggio costante e una revisione periodica dei risultati raggiunti in rapporto agli obiettivi dichiarati.
L’aspetto fiscale rappresenta uno dei pilastri dell’intero sistema. Attualmente, i lavoratori italiani impiegati in Svizzera versano le proprie imposte principalmente oltreconfine. In virtù di accordi bilaterali, una parte significativa di queste somme viene ristornata alle amministrazioni comunali italiane, secondo meccanismi percentuali prestabiliti (ad esempio, il 40% degli introiti fiscali dei frontalieri rientra nei bilanci comunali di residenza).
La novità contenuta nell’ultima normativa consiste in una redistribuzione più mirata di queste risorse. Una quota consistente, invece di essere destinata esclusivamente agli enti locali come avveniva in passato, verrà ora canalizzata direttamente nelle buste paga degli stessi lavoratori italiani che vivono nella fascia di 20 km dal confine.
Tale cambiamento ha come scopo il rafforzamento del potere d’acquisto e una maggiore equità fiscale tra contribuenti delle due sponde, senza pregiudicare la capacità dei comuni di investire in infrastrutture e servizi. Dal 2024 si segnala un incremento degli importi restituiti come ristoro fiscale, con una differenza positiva di circa 40 milioni di euro rispetto agli anni precedenti. Questo surplus, reso disponibile tramite gli strumenti della ZES, viene messo a disposizione dei lavoratori e delle imprese, promuovendo uno sviluppo equilibrato e sostenibile nell’area di confine.
L’introduzione della ZES e del premio per i lavoratori frontalieri riflette una precisa strategia politica di sostegno e tutela dei territori più esposti alle dinamiche transfrontaliere. Il percorso è stato accompagnato da un dialogo costante tra il Ministero dell’Economia, le rappresentanze parlamentari e il governo svizzero, al fine di trovare soluzioni che garantiscano stabilità occupazionale e un riequilibrio sociale.
I tavoli negoziali avviati nel 2024 tra Roma e Berna sono parte di una visione di lungo periodo, tesa a strutturare un vero e proprio cuscinetto economico per i comuni italiani più esposti alla concorrenza salariale. Il riferimento alle esperienze del Mezzogiorno, dove la ZES Unica ha prodotto impatti misurabili, rappresenta la base tecnica su cui poggia la nuova proposta normativa.
Il quadro politico attuale lascia presagire un rafforzamento degli strumenti a sostegno dei lavoratori, accompagnato da un monitoraggio condiviso con le istituzioni svizzere per ridurre i rischi di distorsioni e per garantire continuità amministrativa. L’auspicio dei promotori è che la ZES possa diventare una best practice replicabile in altri contesti di confine internazionale.