La questione delle ferie non godute nel pubblico impiego entra in una nuova fase: tra sentenze recenti, evoluzione normativa, settori coinvolti e percorsi rapidi per la liquidazione, si delinea un diritto sempre più tutelato
Negli ultimi anni si è assistito a una trasformazione radicale nella tutela dei diritti dei lavoratori pubblici in materia di ferie residue. Le recenti sentenze europee e nazionali hanno determinato un cambio di prospettiva rispetto al passato, aprendo la strada a una maggiore attenzione alle esigenze dei dipendenti. Fino a poco tempo addietro, la monetizzazione delle ferie non godute sembrava un’ipotesi remota nel comparto pubblico, ostacolata da barriere legislative e culturali consolidate.
Con l’avvio del 2025 si è affermata una nuova fase, caratterizzata da un’interpretazione giurisprudenziale favorevole ai lavoratori: le controversie relative alle ferie arretrate sono divenute oggetto di pronunce rapide e orientamenti consolidati, soprattutto decisi nel giro di pochi mesi.
Il diritto al riposo annuale retribuito rappresenta un pilastro sia nell’ordinamento italiano che nel diritto dell’Unione Europea. Storicamente, la normativa nazionale ha sempre imposto l’obbligo di fruizione delle ferie da parte dei dipendenti pubblici, sancendo solo in via eccezionale la possibilità di una compensazione economica. L’art. 5, comma 8, del D.L. 95/2012 esprime chiaramente il divieto di monetizzazione, salvo precisi casi stabiliti dalla legge. Parallelamente, il D.Lgs. 66/2003 e i successivi pareri dell’ARAN e della contrattazione collettiva rafforzano l’irrinunciabilità delle ferie.
L’avvento delle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in particolare la causa C-218/22 del 2024, ha contribuito a ridefinire il confine tra diritto al riposo, dovere di vigilanza datoriale e possibilità di indennizzo. Il diritto europeo impone che le ferie non godute siano economicamente compensate in caso di impedimenti oggettivi non imputabili al dipendente, come il pensionamento, la malattia o l’impossibilità concreta di fruirne dovuta a carenze organizzative. In assenza di un’attività diligente del datore di lavoro volta a rendere realmente possibile la fruizione, la mancata monetizzazione diviene illegittima.
La giurisprudenza nazionale si è rapidamente adeguata. La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità parziale della normativa che negava l’indennità sostitutiva nei casi di cause non dipendenti dal lavoratore. Recenti ordinanze della Cassazione (ad esempio la n. 5496/2025) hanno consolidato questa impostazione, sia per i ruoli apicali sia per i contratti a termine, evidenziando come l’obbligo di informazione puntuale e la prova dell’invito formale al dipendente siano presupposti fondamentali per il diniego dell’indennizzo.
L’anno appena trascorso ha segnato l’avvio di una nuova stagione per il contenzioso in materia di mancato riposo: i procedimenti hanno conosciuto un’accelerazione senza precedenti per effetto del consolidamento delle linee guida giurisprudenziali e dell’orientamento largamente favorevole ai lavoratori.
I dati parlano chiaro: nel corso del 2025 sono state pubblicate circa 2.090 decisioni in materia di giorni di ferie non fruite, con una percentuale superiore al 95% di esiti positivi per i dipendenti. Il trend evidenzia processi più rapidi, iter decisionali abbreviati, accordi stragiudiziali crescenti e tempistiche di liquidazione che, in alcuni settori come la Sanità e le amministrazioni centrali, si sono ridotte da 12-18 mesi a poche settimane dal deposito della sentenza.
Questa semplificazione è il naturale risultato della chiarezza normativa e giurisprudenziale: la materia non richiede più lunghe prove testimoniali o istruttorie complesse, ma si basa su documentazione oggettiva, cedolini paga, certificazioni di ferie residue e corrispondenza tra dipendente e ufficio personale. Di fatto, le amministrazioni pubbliche tendono oggi a definire i ricorsi attraverso accordi anticipati, al fine di evitare ulteriori aggravi di spesa per interessi e spese legali, nonché condanne accessorie che sono ormai prassi in caso di soccombenza processuale.
L’applicazione della disciplina su ferie non godute interessa l’intero pubblico impiego, ma assume caratteristiche specifiche a seconda del settore:
Gli ultimi mesi del 2025 hanno segnato una crescita record di pronunce a favore dei lavoratori pubblici. Secondo stime raccolte presso le principali sezioni lavoro dei tribunali ordinari e amministrativi, oltre il 97% degli esiti ha riconosciuto il diritto all’indennità compensativa, con importi lordi variabili in base alla qualifica e alla quantità delle ferie residue (dai 3.000 ai 30.000 euro e oltre nei casi più rilevanti).
I giudizi si sono contraddistinti per: