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Pensioni e stipendi: importo preso in base allo stipendio. Calcolo ed esempi di quanto scenderà nei prossimi anni fino al 60%

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

Le pensioni italiane sono destinate a cambiare: nuove regole, calcoli aggiornati e rischi per chi ha stipendi bassi. Quali sono gli importi futuri, la sostenibilità del sistema e le prospettive per i giovani

La questione previdenziale si sta rivelando sempre più complessa per milioni di italiani. La garanzia di accedere alla pensione non dipende più soltanto dall’età, ma anche dalla regolarità e dall’entità delle retribuzioni percepite durante la carriera. Le regole per il riconoscimento dei contributi si evolvono continuamente e il 2026 segna uno spartiacque importante, soprattutto per coloro che percepiscono stipendi inferiori a 1.000 euro al mese.

Negli ultimi anni, infatti, l’INPS ha innalzato le soglie minime di retribuzione necessarie per ottenere il pieno riconoscimento delle settimane contribuite. Il minimale contributivo aggiornato, fissato dalla circolare INPS n. 6 del 30 gennaio 2026, impone nuove soglie sia annuali che settimanali. Ciò comporta rischi concreti per chi ha carriere discontinue o stipendi bassi: il mancato raggiungimento dei minimi richiesti può allungare significativamente il periodo lavorativo necessario per conseguire la pensione oppure, nei casi peggiori, rendere irraggiungibile la soglia dei 20 anni di anzianità contributiva valida.

Di fronte a queste novità normativa il panorama delle pensioni subisce un ulteriore irrigidimento, con effetti tangibili soprattutto per giovani, donne, lavoratori part-time, stagionali e chi è impegnato in settori a bassa retribuzione. Accedervi a 67 anni, che fino a pochi anni fa poteva sembrare un traguardo automatico, oggi è un’opzione a rischio senza una precisa pianificazione contributiva e senza una puntuale conoscenza degli aggiornamenti di legge.

Come si calcola la pensione: metodi, importi, esempi pratici e rischi con stipendi bassi

Il calcolo dell’importo della pensione percepito al termine della carriera lavorativa segue regole precise, che variano in base al periodo di contribuzione e allo stipendio percepito. In Italia, la maggior parte dei lavoratori attuali rientra nel cosiddetto regime misto oppure nel più recente metodo contributivo puro.

I metodi di calcolo:

  • Metodo retributivo: applicabile esclusivamente a chi aveva almeno 18 anni di contributi versati al 31 dicembre 1995. L’assegno è calcolato sulla base delle ultime retribuzioni percepite, generando fino a pochi anni fa importi mediamente generosi.
  • Metodo misto: riguarda chi, al 1995, aveva meno di 18 anni di contribuzione. Le anzianità maturate fino a tale data vengono valorizzate con il sistema retributivo; quelle successive utilizzano il sistema contributivo. L’importo della pensione dipenderà, quindi, sia dalle ultime retribuzioni sia dall’ammontare dei contributi accumulati.
  • Metodo contributivo puro: interessa tutti i lavoratori privi di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995 e i giovani entrati nel mercato del lavoro dal 1996 in poi. In questo caso, ogni anno di contribuzione costruisce la futura pensione: i versamenti sono capitalizzati e rivalutati, e l’assegno finale è ciò che si è riusciti ad accumulare.
Il meccanismo del metodo contributivo, ormai prevalente, lega rigidamente il livello dell’assegno pensionistico al volume e alla continuità dei versamenti effettuati. Stipendi bassi o discontinui risultano doppiamente penalizzanti: non solo generano un montante previdenziale ridotto, ma rischiano anche di non vedere riconosciute tutte le settimane lavorative se il reddito percepito non raggiunge il minimale fissato ogni anno dall’INPS.

Importi e minimi richiesti: come funzionano nel 2026

  • Minimale settimanale INPS: per il 2026, il valore è fissato a 244 euro. Significa che solo chi percepisce almeno tale cifra settimanale avrà riconosciute tutte le settimane come completamente contribuite.
  • Stipendio mensile consigliato: circa 1.050 euro, così da vedere accolte per intero tutte le 52 settimane di lavoro nel conteggio annuale.
Chi lavora tutto l’anno ma percepisce, ad esempio, 800 euro al mese, non raggiunge il requisito settimanale: solo una parte delle settimane risulterà valida ai fini del calcolo. Su un anno intero, a fronte di 12 mesi lavorati, verranno conteggiate solo circa 39 settimane. Per raggiungere i 20 anni di contributi minimi richiesti, servirà dunque lavorare oltre 26 anni effettivi. Nel caso di uno stipendio ancora più basso (600 euro/mese), si potrebbe dover lavorare oltre 35 anni per raggiungere la soglia.

I rischi associati a retribuzioni inferiori ai minimi:

  • Esclusione dalla pensione a 67 anni: molti lavoratori potrebbero non raggiungere il requisito contributivo minimo e, quindi, non avere diritto alla pensione ordinaria.
  • Assegni pensionistici estremamente bassi: anche ove maturati i requisiti, il tasso di sostituzione sarà più ridotto per chi ha avuto carriere a bassa retribuzione.
  • Necessità di ricorrere a strumenti supplementari: integrazione con versamenti volontari, pensioni integrative, verifica costante dei propri contributi tramite il portale INPS o patronato.
Il meccanismo del sistema contributivo impone perciò la massima attenzione: non bastano 20 anni di lavoro «formale», occorre che quei 20 anni siano realmente «utili», ovvero composti da settimane che superano il minimale previsto. La documentazione e il controllo periodico dell’estratto conto previdenziale rappresentano oggi strumenti indispensabili per non veder vanificato il proprio percorso lavorativo.

Esempi pratici di calcolo permettono di comprendere immediatamente gli effetti di stipendi modesti:

  • Retribuzione di 1.200 euro mensili: tutte le settimane dell’anno risultano pienamente valide. Ipotizzando una carriera costante e senza interruzioni, si maturano regolarmente i 20 anni richiesti e l’assegno pensionistico rispecchierà una quota superiore della retribuzione finale, anche se inferiore a quella delle precedenti generazioni.
  • Retribuzione di 700 euro mensili: il numero di settimane riconosciute scende drasticamente. Accederanno alla pensione solo dopo molti più anni di lavoro, con importi sensibilmente inferiori.
Oltre all’importo finale dell’assegno mensile, il sistema italiano riserva in alcuni casi strumenti di flessibilità in uscita (come l’Ape Sociale e la Quota 41 per precoci), sfruttabili soprattutto in situazioni di disoccupazione involontaria dopo i 60 anni, a patto di rispettare criteri specifici. Tuttavia, tali opzioni non sempre permettono di superare gli ostacoli legati ai contributi insufficienti.

Il tasso di sostituzione e il futuro delle pensioni: analisi Censis-Confcooperative e impatto sui giovani

Il tasso di sostituzione rappresenta l’indicatore chiave per misurare quanto la pensione riesce a coprire l’ultimo stipendio percepito. I dati aggiornati e l’analisi Censis-Confcooperative descrivono una tendenza molto chiara: chi va in pensione oggi riceve mediamente circa l’81,5% dell’ultimo stipendio, ma per le nuove generazioni ci si avvia a una copertura decisamente più bassa.

Differenze tra generazioni e stime future:

  • Pensionati di oggi (entrati al lavoro nel 1982, uscita nel 2020): tasso di sostituzione dell’81,5% dopo 38 anni di lavoro con retribuzione costante e contribuzione regolare.
  • Lavoratori entrati dal 2022, pensione nel 2060: tasso di sostituzione stimato pari al 64,8%, con una diminuzione di quasi 17 punti percentuali rispetto alla generazione precedente e una perdita di oltre un terzo della capacità reddituale rispetto allo stipendio finale.
Questi valori si riflettono in tabelle comparative immediate:
Anno di ingresso al lavoro Tasso sostituzione stimato % copertura rispetto allo stipendio
1982 81,5% Oltre quattro quinti
2022 64,8% Poco meno di due terzi

La differenza non è soltanto «numerica», ma determina un impatto diretto sulle condizioni di vita una volta lasciato il mondo del lavoro, specialmente per giovani e lavoratori con carriere instabili o a basso reddito. I fattori che incidono sono principalmente:

  • Passaggio dal sistema retributivo al contributivo, che penalizza chi non può versare contributi elevati.
  • Salari d’ingresso e medi più bassi rispetto alle generazioni passate.
  • Carriere discontinue, lavori part-time, contratti flessibili e periodi prolungati di inattività.
  • Minor crescita salariale durante l’arco professionale.
Lo studio Focus Censis-Confcooperative pone l’accento su una questione sociale sempre più rilevante: il rischio che i giovani abbiano pensioni più basse anche a parità di carriera con i colleghi delle generazioni precedenti. L’attuale sistema, infatti, è fortemente ancorato al reddito realmente dichiarato e ai contributi effettivamente versati, riducendo drasticamente la capacità di copertura dell’assegno pensionistico.

La situazione è aggravata dal fatto che in Italia, secondo dati Eurostat e Censis, la retribuzione lorda media rimane tra le più basse in Europa, pur a fronte di una spesa pensionistica tra le più elevate rispetto al PIL. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati si sta riducendo costantemente, con la fascia di popolazione in età lavorativa destinata a calare di oltre 7 milioni entro il 2050: un trend che mette ulteriormente sotto pressione la sostenibilità del sistema pubblico.

Dati Occupazione e Generational Pay Gap:

  • Il 10,3% degli occupati è a rischio povertà e tra i giovani la quota sale al 12%.
  • I lavoratori junior guadagnano in media il 20% in meno rispetto ai colleghi senior.
  • Fra gli operai la distanza retributiva raggiunge il 27%, tra i dirigenti supera il 52%.
Il quadro che emerge dagli studi certifica come nei prossimi anni l’importo delle pensioni sia destinato a rappresentare una porzione sempre più ridotta dell’ultimo stipendio percepito. Le prospettive, senza correzioni o un potenziamento della previdenza complementare, indicano una perdita potenziale fino al 35% delle capacità reddituali per le giovani generazioni che entreranno in pensione dopo il 2060 rispetto a chi lascia oggi il lavoro.




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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...