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Riforma pensioni tra aumento assegno e uscita anticipata in manovra finanziaria: le 2 date fondamentali a settembre

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

A settembre 2026 due date possono chiarire il futuro delle pensioni: conti pubblici e manovra definiranno lo spazio per uscita a 62 o 64 anni, Quota 41, Tfr e blocco dello scalino.

Il prossimo 22 settembre i dati Istat sui conti pubblici italiani del 2025 offriranno il primo riferimento numerico per capire quanto spazio possa esserci davvero per una riforma delle pensioni. Il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, insieme all’andamento del debito e alle stime ufficiali, inciderà sulle promesse di fermare l’aumento dei requisiti dal 1° gennaio 2027 e di introdurre nuove uscite anticipate. Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre arriverà poi il Documento programmatico di finanza pubblica, seguito dal voto parlamentare sul quadro di bilancio.

Sono due gli appuntamenti da segnare a settembre 2026. Il primo è, dunque, il 22 settembre, quando sarà pubblicata la fotografia statistica dei conti 2025; il secondo cadrà tra gli ultimi giorni del mese e l’inizio di ottobre, con il passaggio istituzionale dedicato al documento in cui il Governo indicherà obiettivi, saldi e orientamenti della manovra 2027.

Prima di quei passaggi, l’uscita a 64 anni per chi ha contributi anteriori al 1996, Quota 41, l’eventuale pensione a 62 anni e il blocco dello “scalino” restano proposte o ipotesi da finanziare.

Il 22 settembre misura lo spazio nei conti pubblici

L’Istat, l’istituto pubblico che produce le principali statistiche economiche italiane, pubblicherà il 22 settembre 2026 l’aggiornamento sui conti delle amministrazioni pubbliche relativi al 2025. Il dato più atteso sarà il rapporto tra deficit e Pil: in altre parole, la differenza annuale tra entrate e spese pubbliche rapportata alla ricchezza prodotta dal Paese.

Non sarà l’unico numero da guardare. Anche il debito pubblico e le revisioni delle stime già disponibili potranno cambiare la lettura del quadro complessivo.

Il rapporto deficit/Pil, preso da solo, non stabilisce se una misura previdenziale sia approvabile. Indica però da quale punto partono i conti dello Stato. Un disavanzo più elevato restringe il margine per nuove spese permanenti; un risultato migliore può alleggerire il quadro, senza diventare per questo una somma automaticamente disponibile.

Il dato Istat dovrà essere confrontato con il quadro del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il dicastero che prepara gli obiettivi di bilancio, e con le valutazioni di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea incaricato di verificare la comparabilità dei conti nazionali. Soltanto dopo questo passaggio sarà possibile stimare con maggiore precisione la sostenibilità delle diverse nuove proposte per le pensioni avanzate.

Perché deficit e debito condizionano le pensioni

Una pensione anticipata non cambia soltanto l’età di uscita. Se permette a una platea di lavoratori di lasciare il posto prima del previsto, può aumentare per più anni la spesa pensionistica e ridurre, almeno nel breve periodo, i contributi versati da chi smette di lavorare. Il costo, quindi, va calcolato sull’intero periodo di applicazione, non limitandosi al primo anno.

Lo stesso ragionamento vale per il blocco dell’aumento collegato alla speranza di vita. Dal 1° gennaio 2027 è previsto un mese aggiuntivo per la pensione di vecchiaia, che passerebbe da 67 anni a 67 anni e un mese. Per la pensione anticipata ordinaria servirebbero invece 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.

Nel 2028 l’incremento complessivo dovrebbe arrivare a tre mesi. Le categorie dei lavori gravosi e usuranti restano escluse dallo scatto indicato nelle fonti.

Fermare il mese aggiuntivo del 2027 significherebbe evitare l’innalzamento per chi rientra nei requisiti generali. Il costo dovrebbe essere quantificato nella relazione tecnica. Per valutare l’intervento servono platea, durata, decorrenza e copertura. Una promessa politica, da sola, non basta.

Il documento di finanza pubblica arriva dopo i dati

Tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026 il Governo presenterà il DPFP, Documento programmatico di finanza pubblica. Il testo dovrà collocare le scelte della manovra dentro il quadro dei saldi pubblici e indicare l’andamento previsto dell’economia, gli obiettivi su deficit e debito e le linee di intervento.

Il passaggio parlamentare successivo servirà a misurare il consenso sul quadro di bilancio. Servirà anche a definire il perimetro entro il quale potranno essere scritte le norme della legge di Bilancio 2027.

Un annuncio precedente al DPFP può esprimere un indirizzo politico. Non dimostra ancora che la misura sia finanziata, né che i requisiti siano già cambiati.

La sequenza istituzionale conta: prima arriva la fotografia statistica del 2025, poi le stime aggiornate e gli obiettivi del Governo, quindi il voto parlamentare e la scrittura delle disposizioni. Il testo definitivo della manovra può modificare platee, decorrenze e condizioni rispetto alle ipotesi circolate a settembre.

La proposta Lega per uscire a 64 anni

Tra le diverse proposte di riforma delle pensioni, la Lega ha rilanciato un’uscita volontaria a 64 anni, estesa anche ai lavoratori con contributi precedenti al 1° gennaio 1996, oggi collocati nel sistema misto. L’ipotesi prevede il ricalcolo dell’intero assegno con il metodo contributivo, al posto del calcolo misto che, quando ne ricorrono i presupposti, combina quote retributive e contributive.

Chi ha iniziato a versare dal 1° gennaio 1996 si trova già nel sistema contributivo ordinario. La proposta punta quindi ad allargare la possibilità a chi ha una storia contributiva precedente. Restano da fissare due condizioni: il numero minimo di anni di contribuzione e la soglia economica dell’assegno.

Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha collegato una maggiore libertà di scelta anche alle trasformazioni del mercato occupazionale, comprese quelle associate alla diffusione dell’intelligenza artificiale. La motivazione politica, però, non definisce requisiti e coperture.

Il possibile vantaggio consiste nell’offrire un’uscita prima a una platea oggi esclusa dalla pensione anticipata contributiva. Il prezzo, per chi aderisce, sarebbe una riduzione permanente dell’assegno rispetto al sistema misto.

Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza della Cgil danno un’idea dell’ordine di grandezza. Con 40 anni di contributi e una retribuzione annua di 35.000 euro, l’assegno mensile sarebbe di circa 1.726 euro con il sistema misto e di circa 1.543 euro con il ricalcolo contributivo. La differenza supera 182 euro al mese e corrisponde a una riduzione del 10,6%.

Con una retribuzione annua di 50.000 euro, la differenza stimata salirebbe a circa 261 euro mensili. Con 70.000 euro supererebbe 365 euro al mese. Sono simulazioni riferite a profili specifici, non importi validi per chiunque: il risultato dipende dalla retribuzione, dall’anzianità, dalla carriera e dalla quota di contributi maturata prima del 1996.

Profilo simulato Metodo misto Ricalcolo contributivo Differenza mensile
40 anni di contributi, 35.000 euro annui Circa 1.726 euro Circa 1.543 euro Oltre 182 euro
40 anni di contributi, 50.000 euro annui Importo variabile Importo variabile Circa 261 euro
40 anni di contributi, 70.000 euro annui Importo variabile Importo variabile Oltre 365 euro

Per accedere alla pensione anticipata contributiva a 64 anni non basta l’età. Occorre anche raggiungere una soglia legata all’importo dell’assegno.

Nel 2022 il requisito era pari a 2,8 volte l’assegno sociale, cioè 1.310,68 euro mensili. Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, pari a 1.638,72 euro al mese.

Dal 2030 è previsto un ulteriore passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale. Per quella fase, le simulazioni della Cgil stimano un requisito di circa 1.818,94 euro mensili. Rispetto al 2022, l’aumento ipotizzato sarebbe di circa 508 euro al mese; tra il 2022 e il 2026 l’incremento già registrato è di circa 328 euro.

Gli importi sono quelli indicati nelle elaborazioni disponibili e si riferiscono agli anni specificati. La soglia economica non coincide con l’età anagrafica. Una persona può avere 64 anni e una lunga storia contributiva, ma restare comunque sotto il limite richiesto.

Il Tfr non elimina il problema dei salari bassi

Tra le ipotesi discusse c’è anche l’utilizzo del Tfr, il trattamento di fine rapporto, per integrare le risorse necessarie all’uscita anticipata. La Cgil contesta questa impostazione: il Tfr è salario differito maturato dal lavoratore, non una disponibilità pubblica destinata a finanziare la riforma.

I dati sulle retribuzioni rendono il problema più concreto. L’ultima media annua comunicata dall’Inps, l’ente che gestisce la previdenza pubblica, riguarda il 2024 e considera i dipendenti privati esclusi agricoltura e lavoro domestico: 24.486 euro lordi annui.

È il dato più recente indicato nelle fonti per questo perimetro. Non va presentato come media generale di tutti i lavoratori italiani.

La stessa rilevazione mostra una distanza tra uomini e donne. Per gli uomini la media è di 27.967 euro lordi annui, per le donne di 19.833 euro. Entrambi i valori si riferiscono al 2024.

Con carriere discontinue e salari più bassi, mettere da parte un Tfr sufficiente può essere difficile proprio per chi avrebbe maggiore bisogno di anticipare l’uscita.

Quota 41 resta una proposta senza testo definito

Quota 41 è la formula che, nell’impostazione politica più generale, consentirebbe di lasciare il lavoro con 41 anni di contributi a prescindere, o quasi, dall’età anagrafica. A settembre 2026 resta però una bandiera politica: non ci sono ancora un progetto tecnico definito né una copertura indicata.

La proposta interessa soprattutto chi ha iniziato a lavorare presto e ha accumulato una carriera lunga. Il costo dipenderebbe dalla platea effettiva, dalle finestre di decorrenza, dal trattamento riconosciuto e dalle eventuali esclusioni. Senza questi elementi, il confronto con l’uscita a 64 anni non può essere preciso.

Una Quota 41 estesa a tutti avrebbe effetti diversi da una versione riservata ai lavori gravosi, alle carriere precoci o a determinate condizioni sociali. I requisiti e la platea pesano più dello slogan con cui la misura viene descritta.

L’ipotesi di pensione a 62 anni

L’uscita a 62 anni compare tra le richieste e le ipotesi del dibattito previdenziale. Nelle informazioni disponibili, però, non è accompagnata da un testo normativo completo, da requisiti definitivi o da una copertura finanziaria verificata. Non può quindi essere considerata una misura approvata.

Un accesso generalizzato a 62 anni avrebbe una platea potenzialmente più ampia rispetto all’uscita a 64 anni con ricalcolo contributivo. Per contenere la spesa, il legislatore potrebbe valutare penalizzazioni, soglie, finestre o categorie protette. Questi elementi, però, non risultano definiti nelle proposte richiamate.

Il confronto va fatto distinguendo l’età annunciata dalle condizioni effettive. Due anni di anticipo possono avere un costo molto diverso se l’assegno viene ricalcolato, se l’accesso è limitato o se la misura vale soltanto per un periodo.

Il blocco dello scalino dal 2027

La Lega punta anche a sterilizzare il mese aggiuntivo previsto dal 2027. Le prime stime circolate indicano un costo di circa 1,1 miliardi di euro. Il dato è però legato all’ipotesi politica e dovrà essere verificato nella relazione tecnica della misura, qualora venga inserita nella manovra.

Il blocco avrebbe un effetto immediato: mantenere nel 2027 i requisiti precedenti all’adeguamento legato alla speranza di vita. La pensione di vecchiaia resterebbe a 67 anni invece di salire a 67 anni e un mese. Anche l’anticipata ordinaria non passerebbe a 42 anni e 11 mesi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.

Il beneficio si concentrerebbe su chi è vicino alla maturazione dei requisiti. Il quadro non cambierebbe per i lavoratori gravosi e usuranti già esclusi dallo scatto indicato per il 2027.

 






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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...