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Tre mensilità in più per chi va in pensione prima: la proposta per uscita anticipata in manovra finanziaria 2026-2027 ancora poco

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di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

Una nuova proposta di pagamento di tre mensilità aggiuntive a chi decide di lasciare il lavoro prima del raggiungimento dei requisiti ordinari si affaccia nel dibattito della riforma pensionistica in discussione per la prossima Manova: cosa prevede e per chi.

Tra le tante ipotesi in discussione per la prossima manovra finanziaria 2026-2027 ne figura una che finora ha ricevuto pochissima attenzione mediatica, pur toccando un tema caldissimo come quello della pensione anticipata. Si tratta della possibilità di riconoscere tre mensilità aggiuntive a chi decide di lasciare il lavoro prima del raggiungimento dei requisiti ordinari, una sorta di bonus una tantum pensato per rendere meno traumatico il passaggio dal lavoro al pensionamento. Mentre il dibattito pubblico si concentra su misure più note, come l'uscita a 64 anni proposta dalla Lega o la nuova Quota 41 flessibile, questa ipotesi resta sullo sfondo, citata solo in alcuni approfondimenti specialistici ma raramente al centro delle cronache.

Cosa prevede la proposta delle tre mensilità in più e chi l'ha presentata

L'idea di fondo è semplice: affiancare all'assegno pensionistico un'erogazione economica aggiuntiva, pari a tre mensilità, riservata a chi sceglie volontariamente l'uscita anticipata rispetto ai requisiti standard fissati dalla riforma Fornero. Il meccanismo richiamerebbe soluzioni già adottate in altri Paesi europei, dove al pensionamento anticipato si accompagnano incentivi economici una tantum, pensati per compensare in parte la riduzione dell'assegno dovuta al minor numero di anni di contribuzione versata.

Non si tratterebbe quindi di un aumento strutturale della pensione mensile, bensì di un sostegno economico temporaneo, erogato probabilmente al momento della decorrenza del trattamento pensionistico, con l'obiettivo dichiarato di alleggerire l'impatto finanziario immediato di chi decide di anticipare l'uscita. Una misura che, sulla carta, potrebbe risultare particolarmente utile per i lavoratori che scelgono canali come la pensione anticipata contributiva o le nuove forme di flessibilità allo studio, proprio perché queste strade comportano quasi sempre un ricalcolo interamente contributivo dell'assegno, con conseguente riduzione dell'importo mensile.

A differenza di misure come l'uscita a 64 anni o la Quota 41 flessibile, entrambe rivendicate apertamente dalla Lega e portate avanti dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, l'ipotesi delle tre mensilità aggiuntive non ha finora un unico promotore politico chiaramente identificabile. È emersa per la prima volta nell'autunno 2025, all'interno del più ampio dibattito sulla riforma pensioni 2026, come una delle diverse soluzioni allo studio per accompagnare l'uscita anticipata dal lavoro, in un contesto in cui la stessa premier Giorgia Meloni aveva invitato alla prudenza rispetto alle promesse elettorali più ambiziose sul fronte previdenziale.

Va detto con chiarezza che si tratta di una proposta rimasta finora in una fase molto preliminare. Non risultano, al momento, infatti documenti ufficiali del governo o emendamenti parlamentari che la traducano in norma, né un partito che se ne sia intestato pubblicamente la paternità con la stessa determinazione mostrata su altri dossier previdenziali. Proprio questa scarsa visibilità politica spiega perché la misura sia rimasta ai margini del dibattito, nonostante tocchi un tema di forte interesse per milioni di lavoratori vicini alla pensione.

Il contesto: la manovra 2026-2027 e la stretta sulle uscite anticipate

Per capire il peso reale di questa proposta occorre inquadrarla nel contesto più ampio della manovra. Con la Legge di Bilancio 2026 sono stati confermati l'aumento graduale dei requisiti anagrafici, l'addio a Quota 103 e Opzione Donna, oltre a un progressivo allungamento delle finestre mobili per l'accesso alla pensione anticipata. Dal 2027 servirà un mese in più per andare in pensione di vecchiaia, che salirà quindi a 67 anni e un mese, mentre la pensione anticipata ordinaria richiederà 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.

È in questo scenario di progressivo irrigidimento dei requisiti che si inserisce il dibattito sulle novità per le pensioni per la prossima manovra 2026-2027, entrata ormai nella fase più calda del confronto politico. Tra le ipotesi più discusse figurano:

  • l'uscita volontaria a 64 anni, proposta dalla Lega e sostenuta da Durigon, aperta anche a chi ha versamenti contributivi antecedenti al 1996;
  • la cosiddetta Quota 41 flessibile, che consentirebbe l'accesso alla pensione a prescindere dall'età anagrafica per chi ha maturato 41 anni di contributi;
  • la proposta del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, guidato da Alberto Brambilla, che suggerisce di applicare l'adeguamento alla speranza di vita ai coefficienti di trasformazione anziché all'età pensionabile;
  • la richiesta di CGIL, CISL e UIL di un superamento più deciso della Legge Fornero, con flessibilità in uscita a partire dai 62 anni.
In questo affollato elenco di ipotesi, il bonus delle tre mensilità aggiuntive rappresenta una misura di accompagnamento economico più che una vera riforma strutturale dei requisiti, e per questo tende a passare in secondo piano rispetto a proposte percepite come più incisive.

Il nodo comune a tutte le proposte: il ricalcolo contributivo

Quasi tutte le ipotesi allo studio per la manovra 2026-2027, compresa quella delle tre mensilità aggiuntive se inserita in un contesto di uscita anticipata volontaria, condividono un elemento critico: il ricalcolo interamente contributivo dell'assegno per chi lascia il lavoro prima dei requisiti ordinari. Questo meccanismo penalizza in particolare i lavoratori con carriere lunghe iniziate prima del 1996, che perderebbero la quota di pensione calcolata con il più favorevole sistema retributivo.

Le simulazioni circolate tra gli addetti ai lavori indicano tagli dell'assegno tra il 10% e il 18% per i lavoratori in regime misto, con punte che secondo alcune stime sindacali possono superare il 30% per chi ha ancora 17-18 anni di contribuzione legati al sistema retributivo. In un contesto simile, un bonus una tantum di tre mensilità avrebbe un effetto solo parziale e temporaneo, senza incidere sulla riduzione strutturale dell'assegno mensile futuro.

Cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Al momento nessuna delle ipotesi discusse, tre mensilità aggiuntive comprese, ha già modificato i requisiti in vigore, che restano quelli fissati dalla Legge di Bilancio 2026. Solo un intervento legislativo specifico, contenuto nella manovra 2026-2027, potrà introdurre nuove forme di flessibilità in uscita o eventuali bonus economici collegati.

Il confronto tra governo, partiti di maggioranza e parti sociali proseguirà nelle prossime settimane, con l'autunno che si preannuncia come il momento decisivo per capire quali misure diventeranno effettivamente norma e quali resteranno, come è avvenuto finora per l'ipotesi delle tre mensilità in più, semplici suggestioni ai margini del grande dibattito sulle pensioni anticipate. Chi si trova vicino ai requisiti minimi farebbe bene a monitorare con attenzione l'evoluzione del testo definitivo, senza fare affidamento, per ora, su una misura che resta tutta da confermare.






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Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...