Si preannuncia peggiorativa la riforma delle pensioni del governo Meloni tra aumenti dell’età pensionabile, allungamento delle finestre per uscire e investimenti poco convenienti
Perché la riforma pensioni del governo Meloni potrebbe essere peggiorativa anche rispetto alla riforma Fornero? Si va verso la definizione della prossima Manovra Finanziaria 2025 e le discussioni si concentrane, tra le altre, soprattutto sul capitolo pensioni.
Sono anni ormai che si auspica una riforma delle pensioni che sia in grado di sostenere i lavoratori e allentare i requisiti, considerati stringenti, della legge attualmente in vigore. Ma ogni novità è sempre stata rimandata per mancanza di risorse economiche disponibili. Anche quest’anno le prospettive di modifiche alle pensioni non appaiono positive.
Ma per il raggiungimento della pensione effettiva, è prevista una finestra mobile (periodo che intercorre tra la maturazione dei requisiti pensionistici e l’uscita reale) di tre mesi.
Stando a quanto riportano le ultime notizie, tale periodo, con la riforma 2025, potrebbe allungarsi fino a 7 mesi, ritardando ancora il pensionamento delle persone.
Se da un lato si allungano le finestre per andare in pensione anticipata ordinaria, dall’altra, si punta ad allungare l’età pensionabile, a fronte di nuovi bonus.
Mentre la richiesta principale di revisione dell’attuale Legge Fornero è quella di abbassare l’età pensionabile, fissata a 67 anni, il governo Meloni per aumentarla fino anche a 70 anni, pur se non per tutti.
Si tratta, infatti, di un allungamento dell’età pensionabile che interesserà solo i dipendenti pubblici, che restando di più a lavoro riceverebbero bonus e incentivi e permetterebbero alla Pubblica Amministrazione di mantenere risorse competenti e di alto profilo per una migliore gestione del passaggio generazionale a lavoro.
Un’altra modifica peggiorativa per le pensioni potrebbe arrivare dall’estensione del sistema contributivo per tutti, anche per chi sceglie di uscire con le forme di pensione anticipata vigenti. E ben sappiamo quanto e come tale sistema sia penalizzante per il calcolo delle pensioni.
Il passaggio al sistema contributivo, rispetto al retributivo o misto, che combina entrambe i metodi, potrebbe portare a una riduzione del 30% o anche di più del trattamento finale per i lavoratori che hanno accumulato contributi prima del 1995, anno di introduzione del contributivo.
Ciò significa che se oggi ci si lamenta di pensioni troppo basse, estendendo il contributivo a tutti, si andrebbe incontro ad assegni decisamente sempre più ridotti che non garantirebbero a tutti i lavoratori a riposo di condurre una vita serena e pienamente tranquilla.
Altro peggioramento potrebbe interessare le nuove proroghe per tutto il 2025 delle forme di uscita anticipata di quota 103, ape sociale e opzione donna.
Si tratta, però, di sistemi, soprattutto la quota 103, che non hanno riscosso particolare successo negli anni di applicazione, rivelandosi dei flop, e che valgono solo per determinate categorie di persone, quindi una platea ristretta rispetto a chi effettivamente vorrebbe lasciare prima il lavoro.
Queste proroghe si traducono in un investimento di soldi che, però, non frutta tanto quanto dovrebbe e che non valgono per tutti.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere e Scienze dalla Comunicazione, giornalista pubblicista dal 2008, collaboratrice presso testate locali e nazionali, con ottime competenze linguistiche straniere, specializzata in campo letterario ed economico, collabora con la testata online Businessonline trattando in particolar modo il mondo delle pensioni, argomento di cui si occupa ormai da circa 20 an...