Dal 2006 il tuo sito imparziale su Lavoro, Fisco, Investimenti, Pensioni, Aziende ed Auto

Sempre più over 55 lavorano a lungo e il Presidente INPS Fava si lascia scappare una ammissione sulle pensioni

di Dott.ssa Serena Benedetti pubblicato il

Il mercato del lavoro italiano sta cambiando volto sotto la spinta dell'invecchiamento della popolazione e delle riforme previdenziali degli ultimi decenni. Sempre più lavoratori over 55 restano occupati, spesso per necessità più che per scelta, mentre il sistema pensionistico continua a spostare in avanti l'età di uscita dal lavoro.

Rimani aggiornato con BusinessOnline
Aggiungi come fonte
preferita su Google
X Instagram

Il mercato del lavoro italiano sta cambiando volto sotto la spinta dell'invecchiamento della popolazione e delle riforme previdenziali degli ultimi decenni. Sempre più lavoratori over 55 restano occupati, spesso per necessità più che per scelta, mentre il sistema pensionistico continua a spostare in avanti l'età di uscita dal lavoro. In questo scenario si inserisce una riflessione tutt'altro che scontata arrivata direttamente dai vertici dell'INPS, l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

Durante la presentazione della ricerca "Long boarding", promossa da Valore D, il presidente dell'INPS Gabriele Fava ha pronunciato parole che suonano quasi come un'ammissione scomoda per chi negli ultimi anni ha impostato le riforme previdenziali sul semplice allungamento della vita media. Fava ha infatti dichiarato che vivere più a lungo non equivale automaticamente a poter lavorare più a lungo, una frase che mette in discussione uno dei presupposti su cui si sono basate molte delle riforme pensionistiche italiane degli ultimi vent'anni.

Le parole di Fava: un cambio di prospettiva sul lavoro degli over 55

L'affermazione del presidente INPS non è un dettaglio marginale. Per anni il dibattito sulla sostenibilità del sistema previdenziale italiano si è concentrato quasi esclusivamente sull'aumento dell'aspettativa di vita, usato come giustificazione per innalzare progressivamente l'età pensionabile. Il ragionamento, semplificando, era: se si vive di più, si può lavorare di più.

Fava ha invece introdotto una distinzione fondamentale, ovvero quella tra quantità di vita e qualità della vita lavorativa residua. Non tutte le persone che raggiungono i 65 o i 67 anni per la pensione di vecchiaia arrivano a quella soglia nelle stesse condizioni fisiche e psicologiche. Il presidente dell'INPS ha sottolineato che non tutti i lavori presentano lo stesso livello di usura fisica e che le condizioni di salute individuali variano enormemente da persona a persona, da professione a professione, da territorio a territorio.

Questo significa, in altre parole, che un impiegato che lavora in ufficio davanti a un computer arriva ai 65 anni in condizioni molto diverse rispetto a un muratore, un'infermiera turnista o un operaio dell'industria pesante. Applicare a tutti la stessa soglia anagrafica, senza distinzioni, rischia dunque di penalizzare in modo sproporzionato chi ha svolto lavori più usuranti, spesso appartenenti alle fasce di reddito più basse.

La cornice in cui Fava ha espresso queste considerazioni è la presentazione della ricerca "Long boarding", realizzata da Valore D, l'associazione di imprese che da anni si occupa di promuovere la diversità e l'inclusione nei contesti lavorativi italiani. Il titolo del progetto gioca volutamente sul concetto di longevità lavorativa, un tema che sta assumendo un peso crescente nelle strategie aziendali e nelle politiche pubbliche di welfare.

La ricerca fotografa un fenomeno ormai evidente anche nei dati ufficiali: la quota di lavoratori over 55 occupati in Italia è in costante crescita. Le cause sono molteplici e si intrecciano tra loro: da un lato l'innalzamento dell'età pensionabile imposto dalle riforme succedutesi negli anni, dall'altro l'invecchiamento generale della popolazione attiva, che riduce progressivamente il peso delle fasce più giovani sul totale degli occupati.

Il tema al centro dell'evento non era però soltanto descrittivo. L'obiettivo della ricerca "Long boarding" è quello di offrire alle aziende strumenti concreti per gestire in modo efficace la presenza crescente di lavoratori senior, valorizzandone competenza ed esperienza senza trasformare l'allungamento della vita lavorativa in un peso insostenibile per la persona.

Donne e giovani al centro delle strategie di welfare

Uno dei passaggi più significativi dell'intervento di Fava riguarda la necessità di mettere donne e giovani al centro delle strategie di welfare. Il presidente dell'INPS ha evidenziato un rischio molto concreto: se l'innalzamento dell'età lavorativa non viene accompagnato da politiche mirate, il risultato può essere quello di scaricare il peso della sostenibilità previdenziale proprio sulle categorie già più fragili del mercato del lavoro.

Le donne, in particolare, continuano a scontare in Italia carriere più discontinue rispetto agli uomini, spesso interrotte o rallentate da maternità, carichi di cura familiare e part time non sempre scelto liberamente. I giovani, dal canto loro, entrano nel mondo del lavoro più tardi rispetto alle generazioni precedenti e affrontano un percorso professionale caratterizzato da maggiore precarietà, contratti a termine e periodi di disoccupazione o inattività.

Fava ha spiegato che, senza correttivi, l'innalzamento generalizzato dell'età lavorativa rischia di avvenire a scapito proprio di queste categorie, aggravando disuguaglianze già esistenti invece di ridurle. Un sistema che chiede a tutti di lavorare più a lungo, ma che non affronta le cause della discontinuità occupazionale femminile e giovanile, finisce per produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Il nodo delle carriere povere e discontinue

Al centro della riflessione dell'INPS c'è un altro elemento cruciale, quello delle cosiddette carriere povere e discontinue. Si tratta di percorsi lavorativi caratterizzati da bassi salari, contratti part time involontari, frequenti interruzioni e periodi prolungati di inattività o disoccupazione.

Questo tipo di carriere ha un impatto diretto e molto pesante sul futuro previdenziale di chi le vive. Nel sistema contributivo, ormai esteso alla quasi totalità dei lavoratori, l'importo della pensione dipende strettamente dai contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa. Meno anni di lavoro stabile, salari più bassi e periodi di vuoto contributivo si traducono inevitabilmente in pensioni future molto più basse rispetto a quelle attuali.

Fava ha ricordato come l'INPS punti proprio a incentivare l'occupazione stabile di donne e giovani, contrastando questo tipo di percorsi lavorativi fragili. L'obiettivo dichiarato è duplice: da un lato garantire alle persone coinvolte una vita lavorativa più solida e retribuzioni adeguate, dall'altro assicurare al sistema previdenziale nel suo complesso una base contributiva più ampia e più stabile, condizione indispensabile per la sua tenuta nel lungo periodo.

Perché la sostenibilità del sistema previdenziale passa da qui

Il ragionamento del presidente INPS si collega direttamente ai temi più ampi della sostenibilità del sistema pensionistico italiano, argomento su cui Fava è intervenuto più volte anche in altre occasioni istituzionali. La solidità delle pensioni future dipende infatti da tre fattori strettamente collegati tra loro: la partecipazione al lavoro, la continuità contributiva e la qualità dell'occupazione.

Un mercato del lavoro in cui aumentano gli occupati, ma in cui crescono anche le carriere frammentate e sottopagate, non risolve il problema della sostenibilità, lo sposta semplicemente più avanti nel tempo, trasformandolo in un problema di adeguatezza delle pensioni future. In altre parole, il rischio concreto è quello di trovarsi tra qualche decennio con un sistema formalmente in equilibrio dal punto di vista dei conti pubblici, ma con milioni di pensionati che percepiscono importi insufficienti a garantire un tenore di vita dignitoso.

Per questo motivo, secondo l'impostazione dell'INPS, non basta semplicemente allungare l'età lavorativa per tutti in modo indifferenziato. Serve invece un approccio più articolato, che tenga conto delle differenze individuali di salute e usura fisica, che investa sulla stabilizzazione occupazionale di donne e giovani e che affronti alla radice il problema delle carriere povere e discontinue.

Le parole di Gabriele Fava alla presentazione della ricerca "Long boarding" di Valore D rappresentano quindi molto più di una semplice dichiarazione di circostanza. Riconoscere pubblicamente che vivere più a lungo non significa poter lavorare più a lungo equivale ad ammettere i limiti di un approccio puramente anagrafico alle riforme previdenziali, aprendo la strada a un dibattito più maturo su come costruire un sistema di welfare realmente sostenibile.

Un sistema, cioè, capace di tenere insieme due esigenze che fino ad oggi sono state spesso trattate come alternative tra loro: da un lato la necessità di garantire l'equilibrio dei conti pubblici attraverso una maggiore partecipazione al lavoro, dall'altro la tutela delle persone più esposte, dai lavoratori con mansioni usuranti alle donne con carriere discontinue, fino ai giovani che faticano a trovare stabilità occupazionale.

Il tempo dirà se a queste parole seguiranno provvedimenti concreti. Nel frattempo, la riflessione lanciata dal presidente dell'INPS segna comunque un cambio di passo nel modo in cui le istituzioni italiane iniziano a guardare al futuro delle pensioni, mettendo al centro non solo i numeri, ma anche le persone.






Leggi anche

Dott.ssa Serena Benedetti

La dott.ssa Serena Benedetti è un'esperta previdenziale con oltre 15 anni di esperienza nel campo della consulenza e dell'assistenza previdenziale. Laureata in Economia e Commercio, ha dedicato la sua carriera all'analisi delle politiche pensionistiche e alla consulenza su temi legati al welfare e alla previdenza sociale. Grazie alla sua competenza, ha collaborato con diversi...