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Tfs-Tfr statali, svolta con ricorso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea da parte del sindacato Confsal-UNSA

di Marcello Tansini pubblicato il
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La questione dei tempi e delle modalità di pagamento del TFS/TFR agli statali resta un nodo irrisolto. Le incertezze normative, le recenti modifiche legislative e le azioni sindacali portano ora fino alla Corte UE, aprendo nuovi scenari

Per anni, il pagamento del Trattamento di Fine Servizio (TFS) e del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) ai dipendenti pubblici italiani è rimasto al centro di un acceso dibattito e di continue controversie. Nonostante numerose discussioni politiche e ripetute promesse di riforma, la situazione è sostanzialmente immutata: i lavoratori delle pubbliche amministrazioni si trovano ancora oggi a fronteggiare lunghissimi tempi di attesa per ricevere quanto spetta loro alla fine del rapporto di lavoro.

Questa problematica, più volte denunciata dalle principali organizzazioni sindacali, continua a rappresentare una delle principali aree di insoddisfazione tra il personale pubblico. A rendere ancora più sentita questa «questione irrisolta» è la disparità di trattamento rispetto ai lavoratori del settore privato, che ricevono la liquidazione in tempi decisamente più rapidi. 

Le tempistiche attuali per il pagamento del TFS/TFR agli statali: cosa prevede la normativa e quali sono i reali tempi di attesa

In base alla normativa vigente, il pagamento del TFS/TFR ai dipendenti pubblici varia a seconda della motivazione della cessazione del rapporto di lavoro. Per coloro che lasciano il servizio per raggiunti limiti di età o per la conclusione del contratto a tempo determinato, la legge stabilisce che il pagamento scatti dopo dodici mesi dalla data di cessazione. A partire dal 2027, a seguito dell’ultima Manovra, il termine dovrebbe ridursi a nove mesi, ma questa modifica si applicherà solo alla prima rata (fino a un massimo di 50.000 euro).

La normativa stabilisce inoltre che l’erogazione del TFS/TFR avvenga:

  • in un’unica soluzione se la somma spettante non supera i 50.000 euro;
  • in due rate annuali, se la cifra globale è compresa tra 50.000 e 100.000 euro;
  • in tre rate annuali per importi pari o superiori a 100.000 euro.
Tuttavia, la realtà si discosta molto dai tempi teorici previsti dalla legge.

Numerose testimonianze e rilevazioni riportano che, nella pratica, i tempi effettivi di liquidazione possono superare i cinque anni: l’attesa si estende soprattutto nei casi in cui la pensione viene raggiunta prima dell’età ordinaria, oppure per motivi differenti dalla semplice vecchiaia. Per chi ha necessità di liquidità immediata, resta la possibilità dell’anticipo bancario, una soluzione però onerosa: gli interessi bancari attuali, calcolati in base al rendistato, possono superare il 3%, traducendosi in costi aggiuntivi di oltre 1.500 euro su un prestito di 45.000 euro.

L’accesso all’anticipo agevolato tramite INPS, inizialmente pensato per alleviare il problema, è stato sospeso nel 2024, limitando ulteriormente le opzioni disponibili. Questa situazione, confermata anche dalle Circolari INPS più recenti, è motivo di forte malcontento e pone il lavoratore pubblico in una posizione di svantaggio rispetto al privato, dove la liquidazione avviene in tempi notevolmente inferiori.

Le recenti modifiche legislative: promesse, realtà e limiti della manovra finanziaria

Negli ultimi anni, il governo ha annunciato interventi tesi ad accelerare il pagamento del TFS/TFR agli statali, intervenendo principalmente con la Manovra approvata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026. In particolare, la recente manovra ha formalmente ridotto da dodici a nove mesi il termine per la liquidazione del TFR per i dipendenti pubblici che raggiungono i limiti di età o servizio, con decorrenza dal 2027. In apparenza, questa riforma rappresenterebbe un passo avanti importante.

Tuttavia, l’anticipo di tre mesi nella liquidazione è stato di fatto vanificato da un contestuale aumento dell’età pensionabile: dal 2026, l’età richiesta per la pensione di vecchiaia salirà infatti progressivamente, rendendo il vantaggio per i lavoratori pressoché nullo. Il risultato è che chi si troverà a lasciare il pubblico impiego dal 2027 dovrà sì attendere meno per la prima rata, ma inizierà a farlo tre mesi più tardi proprio a causa dello slittamento dell’età pensionabile.

La Manovra finanziaria, inoltre, non ha introdotto alcuna misura strutturale per equiparare realmente i tempi tra pubblico e privato, né ha eliminato la pratica della rateizzazione su grossi importi, che resta un altro elemento criticato dalle rappresentanze sindacali. Rimangono esclusi dai vantaggi della riforma anche numerosi lavoratori che cessano l’attività per cause differenti dalla vecchiaia o dall’inabilità, i cui tempi restano invariati.

La posizione della Corte Costituzionale e l’assenza di cambiamenti concreti

La Corte Costituzionale si è espressa già in due occasioni sulla questione dei ritardi nei pagamenti del TFS/TFR pubblici, riconoscendo che i lavoratori delle amministrazioni pubbliche hanno diritto a un trattamento analogo a quello dei lavoratori privati. La Consulta ha specificato che tali somme rappresentano una forma di salario differito e che ritardarne eccessivamente la corresponsione equivale a una violazione dei principi costituzionali, in particolare dell’uguaglianza e della tutela dei diritti del lavoro.

Malgrado queste sentenze, il quadro normativo e amministrativo è rimasto di fatto inalterato: le raccomandazioni della Corte sono state recepite solo parzialmente e, come dimostrano le recenti modifiche legislative, non hanno portato ad un allineamento concreto con il settore privato. La discriminazione tra pubblico e privato rimane intatta, così come i motivi di ricorso per chi, in pensione, si vede costretto ad attendere tempi lunghissimi per ottenere la liquidazione.

La decisione della Corte Costituzionale non è tuttavia vincolante dal punto di vista esecutivo: il Parlamento può recepirla o meno nelle leggi successive. 

Il ruolo determinante del sindacato Confsal-UNSA nella tutela dei diritti dei dipendenti pubblici

Nel panorama sindacale italiano, Confsal-UNSA si è affermata negli ultimi anni come la punta di diamante nella difesa dei diritti dei dipendenti pubblici in materia di TFS/TFR. Non solo il sindacato ha presentato i due esposti sfociati nelle storiche sentenze della Corte Costituzionale, ma ha proseguito nella propria azione di pressione e tutela legale attraverso petizioni e mobilitazioni mirate.

L'organizzazione ha raccolto le istanze delle categorie più penalizzate da anni di attese e disparità retributive, facendosi promotrice di una strategia tesa non solo alla salvaguardia economica, ma anche alla rivendicazione del principio di equità tra i lavoratori pubblici e privati. Il segretario generale Massimo Battaglia, in più interventi pubblici, ha denunciato come il trattamento subito dai dipendenti della pubblica amministrazione sia ormai insostenibile.

Tra le principali azioni del sindacato, oltre ai ricorsi in sede nazionale, spicca l’attività di divulgazione e informazioni verso i lavoratori, volta a chiarire diritti, scadenze e modalità per tutelare la propria posizione. 

Il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: ragioni, obiettivi e possibili scenari di svolta

Dopo i parziali successi in sede nazionale, il sindacato ha deciso di ricorrere alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per portare la questione dei ritardi nel pagamento del TFS/TFR su un piano sovranazionale. Le motivazioni dell’azione sono chiare: i tempi di liquidazione imposti ai dipendenti pubblici italiani violano i principi del diritto europeo sulla parità di trattamento e sulla garanzia dei diritti dei lavoratori.

Nelle pronunce passate, la giurisprudenza comunitaria si è espressa più volte sulla necessità di assicurare ai cittadini dei Paesi membri un’uguaglianza di trattamento effettiva nelle materie previdenziali e retributive. Il precedente dei ricorsi bancari, in cui l’Italia è stata condannata per violazioni della parità normativa tra stati membri, rappresenta un punto di riferimento significativo per questa nuova battaglia sindacale.

Il ricorso mira a ottenere:

  • il rispetto dei diritti sanciti dalla Corte Costituzionale italiana in modo vincolante anche dal legislatore nazionale;
  • l’equiparazione piena e concreta dei tempi di pagamento tra lavoratori pubblici e privati;
  • l’eliminazione della prassi delle rateizzazioni pluriennali per importi elevati;
  • la rimozione di ogni forma di discriminazione tra chi cessa il servizio per età, inabilità o altre cause.
Il pronunciamento della Corte europea potrebbe rappresentare il vero punto di svolta: qualora fosse accertata una violazione dei principi comunitari, il governo italiano sarebbe costretto a rivedere con urgenza la normativa interna, come già accaduto in settori affini.


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