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Aumento dei rinnovi CCNL fatti tra il 2024-2026 con detassazione del 5% impedita a determinate condizioni?

di Marianna Quatraro pubblicato il
Aumento rinnovi CCNL 2024 2026 detassazi

Nel triennio 2024-2026 la detassazione al 5% sugli aumenti dei rinnovi CCNL si presenta come misura di forte attualità, tra benefici, limiti, nuove regole e dubbi sull'equità e sull'applicazione effettiva

Nel contesto attuale di evoluzione delle norme fiscali sul lavoro dipendente, la recente Manovra Finanziaria 2026 ha introdotto una novità significativa: l’applicazione di un’imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti salariali legati ai rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro (CCNL), nel periodo compreso tra il 2024 e il 2026. Questa misura mira a sostenere il potere d’acquisto dei lavoratori e incentivare la contrattazione collettiva dopo anni di inflazione e ritardi negli adeguamenti salariali. Tuttavia, la detassazione riguarda solo alcune categorie di lavoratori dipendenti, si applica a specifiche condizioni e porta con sé diversi interrogativi legati sia alla platea effettiva che alle modalità di applicazione, in particolare riguardo gli aspetti di assorbimento dei minimi e la gestione dei cosiddetti superminimi nelle buste paga.

Cosa prevede la Manovra Finanziaria 2026: aliquote, platea e limiti della detassazione

La nuova disciplina fiscale per gli aumenti retributivi introdotti dai rinnovi contrattuali prevede che, per i lavoratori del settore privato che ricevano incrementi salariali nel corso del 2026 a seguito di rinnovi CCNL firmati tra il 1° gennaio 2024 e il 31 dicembre 2026, si applichi una tassazione agevolata del 5% al posto dell’IRPEF e delle addizionali locali sulla sola quota oggetto di aumento. Gli obiettivi della norma sono duplici: stimolare la tempestività dei rinnovi contrattuali e rafforzare concretamente il legame tra produttività, salario e qualità del lavoro.

La Manovra 2026 stabilisce che il beneficio è concesso a condizione che il reddito di lavoro dipendente, calcolato sull’anno precedente (2025), non sia superiore a determinate soglie variabili secondo le ultime versioni della norma: il limite generalmente accettato in sede tecnica è fissato a 28.000 euro, mentre alcuni emendamenti propongono l’estensione fino a 33.000 euro o addirittura modulazioni diverse (es. 10% per fasce superiori fino a 35-40.000 euro), ma queste rimangono ipotesi attualmente non recepite in modo stabile.

La detassazione al 5% sugli aumenti contrattuali 2024-2026 e riguarda esclusivamente la quota di stipendio corrispondente all’aumento contrattuale riconosciuto per effetto del rinnovo: la tassazione ridotta si applica dunque solo all’incremento retributivo effettivamente erogato nell’anno 2026, senza coinvolgere altri bonus, indennità o l’intera retribuzione base ordinaria. Non sono previsti limiti massimi sulla quota agevolabile di aumento, mentre in caso di importi pluriennali spalmati su più anni, il vantaggio fiscale riguarda esclusivamente il valore corrisposto nel 2026.

In sintesi, la misura si pone come strumento straordinario, temporaneo e destinato a una platea mirata, con il fine di sostenere la contrattazione collettiva e alleggerire il carico fiscale sulle buste paga di chi beneficia effettivamente dei nuovi incrementi retributivi disposti dai CCNL del triennio considerato.

Chi beneficia della detassazione: requisiti di reddito, condizioni e esclusioni

L’accesso al regime agevolato è previsto, secondo la normativa, ai lavoratori dipendenti che rispettano precisi parametri reddituali nell’anno d’imposta precedente rispetto a quello dell’erogazione degli aumenti. In base alle fonti attualmente disponibili, il riferimento resta il reddito da lavoro dipendente percepito nel 2025 e, a seconda delle versioni della norma, la soglia può variare tra i 28.000 e i 33.000 euro lordi. In particolare:

  • I beneficiari principali sono i lavoratori del settore privato a cui sia stato riconosciuto, attraverso un rinnovo CCNL firmato fra il 2024 e il 2026, un incremento salariale effettivamente pagato nell’anno 2026.
  • Sono esclusi dal beneficio i premi di risultato e le somme per partecipazione agli utili, poiché già soggetti a regimi fiscali agevolati specifici.
  • Altre componenti come straordinari, indennità notturne e festive possono avere proprie soglie e aliquote agevolate (es. 15% o 1%), non cumulabili con quella del 5% riservata agli aumenti da rinnovo CCNL.
  • Il beneficio è riservato ai rapporti di lavoro subordinato privato e non riguarda, se non in forma indiretta e con misure differenti, il settore pubblico.
Restano escluse, almeno fino ai nuovi chiarimenti, le situazioni in cui il reddito complessivo da lavoro dipendente eccede la soglia prevista. Il calcolo dell’idoneità è affidato al datore di lavoro che, in caso di nuove assunzioni nel 2026, può richiedere apposita autocertificazione ai lavoratori su quanto percepito l’anno precedente presso altri datori.

Come viene applicata la detassazione in busta paga e il ruolo dei datori di lavoro

Sotto il profilo operativo, l’agevolazione si configura come imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle addizionali regionali e comunali sulla quota di aumento spettante nel 2026 per effetto del rinnovo CCNL. Il compito di riconoscere e applicare tale aliquota ridotta grava sui sostituti d’imposta, ossia sulle aziende che gestiscono la retribuzione e il versamento dei contributi. Inoltre:

  • L’applicazione è automatica per tutti i lavoratori risultanti in possesso dei requisiti reddituali, a meno di esplicita dichiarazione di rinuncia da parte dell’interessato.
  • I datori di lavoro sono obbligati a verificare il reddito dell’anno precedente e ad adottare le necessarie modifiche ai software di payroll e ai sistemi di certificazione fiscale,
  • In caso di nuovi rapporti iniziati nel corso del 2026, la verifica del diritto al regime agevolato avviene tramite autocertificazione su quanto percepito con precedenti datori di lavoro.
La detassazione al 5% può essere applicata solo sull’importo dell’incremento contrattuale erogato nell’anno, mentre per gli anni successivi la quota d’aumento torna a essere tassata con i criteri ordinari, salvo eventuali proroghe o nuove disposizioni normative.

Le varianti normative e le incertezze sull’applicazione: dal superminimo all’assorbimento

La disciplina della detassazione ha sollevato interrogativi applicativi soprattutto nei casi di gestione degli aumenti salariali legati agli istituti di superminimo e assorbimento contrattuale. Il superminimo rappresenta una voce aggiuntiva rispetto ai minimi tabellari, attribuita per ragioni di merito, produttività o esigenze aziendali specifiche.

L’incertezza più dibattuta riguarda la possibilità che l’assorbimento degli incrementi del minimo contrattuale nei superminimi già erogati comprometta il diritto all’imposizione agevolata al 5%. Secondo alcune interpretazioni, in presenza di un superminimo “assorbibile”, se le parti contrattuali stabiliscono che l’aumento tabellare venga assorbito da quello individuale già in godimento, l’incremento non si traduce in una reale variazione dell’imponibile fiscale e pertanto potrebbe non giustificare l’applicazione dell’agevolazione. Al contrario, quando il superminimo non è assorbibile e viene mantenuto, l’aumento contrattuale risulta effettivamente aggiuntivo e dunque potenzialmente detassabile. Dunque:

  • Gli esperti sottolineano tuttavia che il superminimo ha finalità differenti rispetto al semplice adeguamento all’inflazione: valorizza il merito e la specificità professionale e non dovrebbe essere soggetto ad assorbimento automatico, pena il rischio di perdere il beneficio fiscale sugli aumenti contrattuali, con riflessi sia per il lavoratore che per il datore di lavoro.
  • Restano attesi chiarimenti espliciti, sotto forma di circolari applicative, per uniformare le prassi e ridurre la disparità di trattamento nella gestione dei casi di assorbimento.
L’approccio prudente suggerito dalle fonti specialistiche è quello di attenersi rigorosamente ai testi normativi e alle indicazioni ufficiali, vista la variabilità delle interpretazioni dottrinali e delle prassi sindacali.

Vantaggi fiscali e limiti effettivi: impatti sulle buste paga e confronto con il regime ordinario

L’atteso effetto della misura consiste in una aliquota fiscale notevolmente inferiore sul solo aumento contrattuale oggetto di rinnovo, garantendo così un incremento netto del salario percepito rispetto all’ordinaria tassazione IRPEF più addizionali. Il beneficio portato dalla detassazione si traduce, per molti lavoratori, in alcune decine di euro in più al mese, con una stima media di circa 680 euro annuali “agevolati” per ogni avente diritto (secondo le relazioni tecniche consultate).

Tipologia tassazione Aliquota media Imposta su 1.200€ di aumento
Ordinaria (Irpef+addizionali) 27-33%(media) 324-396€
Agevolata (detassazione CCNL) 5% 60€

Tuttavia, il vantaggio è circoscritto e temporaneo: la tassazione favorevole si applica solo alle somme erogate nel 2026 e limitatamente agli aumenti contrattuali derivanti dai rinnovi stipulati nel triennio di riferimento. Negli anni seguenti, in assenza di proroghe, le stesse somme tornano rilevanti ai fini dell’imposizione ordinaria. Altro limite rilevante è dato dal tetto reddituale, che esclude parte significativa dei lavoratori, specie quelli con livelli salariali medi o alti.






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