L'aumento dell'età pensionabile oltre i 67 anni, avanzato con una mozione ufficiale dalle opposizioni, solleva dibattiti sul meccanismo di adeguamento all'aspettativa di vita e sulle possibili ripercussioni per lavoratori ed esodati.
Il tema dell’allungamento dei requisiti anagrafici e contributivi necessari per accedere al pensionamento rappresenta uno dei temi più rilevanti nel dibattito pubblico italiano. Di recente, le forze di opposizione rappresentate da Partito Democratico, Alleanza Verdi Sinistra e Movimento 5 Stelle hanno depositato una mozione congiunta alla Camera dei Deputati, richiedendo l’abolizione del meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici all’aspettativa di vita rilevata dall’Istat. L’iniziativa scaturisce dalle stime più aggiornate della Ragioneria dello Stato, secondo cui il progressivo innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia, accompagnato da un aumento dei mesi di contribuzione necessari, è destinato a procedere a tappe dal 2027 in avanti.
Il rischio, sottolineato in maniera puntuale anche dalle organizzazioni sindacali come la CGIL, è la formazione di nuove categorie di lavoratori esodati: persone che, avendo lasciato l’impiego secondo le regole precedenti, si troverebbero senza reddito e senza copertura contributiva a causa dei cambiamenti introdotti. Alla base dell’azione politica delle opposizioni, quindi, vi è la richiesta di mettere un freno a questa dinamica, bloccando l’adeguamento automatico e rivedendo i criteri alla luce delle nuove condizioni sociali e del mercato del lavoro.
L’ordinamento previdenziale italiano prevede un sistema di adeguamento periodico delle soglie per il pensionamento alla variazione della speranza di vita calcolata dall’Istat. Questo meccanismo stabilisce che, ogni due anni, venga verificato se l’aspettativa di vita alla soglia dei 65 anni per la pensione di vecchiaia sia aumentata: in caso affermativo, le soglie richieste per accedere alla pensione vengono ritoccate verso l’alto in modo proporzionale.
L’ultimo rapporto della Ragioneria generale dello Stato fornisce un quadro puntuale della situazione:
| Anno | Pensione di vecchiaia | Pensione anticipata |
| Fino al 2026 | 67 anni | 42 a. e 10 m. (uomini) 41 a. e 10 m. (donne) |
| Dal 2027 | 67 a. e 1 m. | 42 a. e 11 m. (uomini) 41 a. e 11 m. (donne) |
| Dal 2028 | 67 a. e 3 m. | 43 a. e 1 m. (uomini) 42 a. e 1 m. (donne) |
| Dal 2029 | 67 a. e 6 m. | 43 a. e 4 m. (uomini) 42 a. e 4 m. (donne) |
| Dal 2040 | 68 a. e 2 m. | 44 anni (uomini) 43 anni (donne) |
La logica sottesa è quella di garantire la sostenibilità finanziaria della previdenza pubblica, ma i ritmi e i parametri sono oggetto di discussione da parte dei sindacati e dei partiti di opposizione. La richiesta principale è di svincolare almeno temporaneamente l’innalzamento dei limiti dalle sole valutazioni statistiche sulla vita media, introducendo criteri più aderenti alla realtà lavorativa e sociale.
L’applicazione del sistema automatico di adeguamento alla speranza di vita comporta effetti profondamente impattanti per diverse categorie di lavoratori, soprattutto per quanti hanno siglato accordi per l’uscita anticipata tramite misure come isopensione, contratti di espansione o fondi di solidarietà di origine aziendale.
Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio previdenza della CGIL, a causa del progressivo innalzamento dei requisiti, sono a rischio circa 55.000 lavoratori che potrebbero trovarsi senza reddito né copertura contributiva a partire dal 2027. Nel dettaglio, le categorie più esposte sono:
La mozione presentata dalle opposizioni chiede formalmente al Governo di:
Inoltre, il mancato intervento rischia non solo di ampliare la platea degli esodati ma di incidere sul clima sociale e sulle aspettative dei lavoratori più giovani, accentuando la percezione di incertezza rispetto alla maturazione della propria prestazione previdenziale.