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Pensioni, finalmente una bella notizia ma 3 nodi critici rimangono sempre presenti

di Marianna Quatraro pubblicato il
Pensioni finalmente una bella notizia

Il sistema pensionistico italiano mostra segnali di miglioramento grazie a maggiori occupati e contributi, ma restano irrisolte criticità come flessibilità, equità tra le gestioni, disparità di genere e sostenibilità futura

Arriva finalmente una notizia positiva dal panorama della previdenza sociale italiana: secondo le ultime analisi, il sistema pensionistico mostra segnali di rafforzamento grazie a una risalita significativa dei contributi versati. Il rinnovato dinamismo del mercato del lavoro e l'aumento degli occupati hanno offerto una boccata d’ossigeno ai bilanci degli enti previdenziali, portando fiducia a milioni di cittadini. Col supporto di dati aggiornati da Itinerari Previdenziali, emerge che la differenza tra entrate contributive e spesa per pensioni rallenta la sua corsa negativa, avvicinando l’intero sistema a un equilibrio più stabile. Questo trend si riflette nel calo del saldo previdenziale negativo a 25,5 miliardi di euro, circa cinque in meno rispetto all’anno precedente. Tuttavia, permangono criticità che pesano sulle prospettive future dell’intero settore.

Il miglioramento dei conti previdenziali: più occupati, più contributi

I recenti dati mostrano una aumentata solidità del sistema previdenziale nazionale, grazie soprattutto a una crescita record dell’occupazione che si riflette direttamente sulle entrate contributive. Secondo il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, la spesa pensionistica per il 2023 ha raggiunto 267,1 miliardi di euro, con un incremento su base annua del 7,88%.

L’aumento dipende sia da una rivalutazione degli importi pensionistici influenzata dall’inflazione, sia dal crescente numero di pensionati. Malgrado ciò, il dato chiave risiede nel vigoroso aumento dei lavoratori attivi. Le entrate contributive sono salite a 236,7 miliardi, sostenendo il sistema e compensando almeno in parte l’aumento degli assegni erogati.

Analizzando il saldo tra i contributi incassati e le uscite per le prestazioni, si osserva che il disavanzo previdenziale si mantiene sotto controllo: circa 30 miliardi nel 2023, ridotti a 25,5 miliardi nel corso del 2024. L’aumento delle aliquote contributive, la maggiore partecipazione al mercato del lavoro e il ritorno a ritmi pre-pandemia hanno offerto una spinta rilevante. Non secondario, l’aumento dei redditi e dei versamenti Irpef indicano una maggiore capacità contributiva delle fasce medio-alte

Il quadro resta dunque positivo ma fragile: la sostenibilità del sistema è legata a stretto doppio filo all’evoluzione dell’occupazione, all’adeguatezza delle aliquote, e alle scelte di governo che dovranno mantenere costante la propensione al lavoro e la contribuzione futura.

Le criticità persistenti: pensioni anticipate, età pensionabile e spesa assistenziale

Nonostante i segnali di miglioramento dei conti, permane una triplice area di criticità che espone il sistema pensionistico a rischi strutturali. Il primo nodo riguarda la maggiore rigidità dell’accesso alle pensioni anticipate, soprattutto dopo l’abolizione di strumenti come Opzione Donna e Quota 103. Attualmente, i requisiti anagrafici e contributivi si fanno più severi, rendendo più complesso anticipare l’uscita dal mondo del lavoro senza penalizzazioni. Le nuove regole rendono meno flessibile il ritiro dal lavoro, con effetti su chi ha carriere discontinue o periodi di contribuzione ridotta.

Il secondo fattore riguarda l’età pensionabile in costante aumento: secondo le stime della Ragioneria Generale dello Stato, potrebbe raggiungere i 68 anni e un mese già nel 2040 e toccare i 70 anni entro il 2067. L’automatismo agganciato alla speranza di vita genera una pressione crescente soprattutto sulle nuove generazioni e sui lavoratori autonomi, che rischiano di posticipare molto il ritiro effettivo.

Infine, il terzo elemento è la spesa assistenziale fuori controllo, che tende a gravare sul bilancio generale e si intreccia spesso con erogazioni a favore di chi già beneficia di trattamenti previdenziali. I costi di assistenza, tra cui prestazioni a basso requisito reddituale e bonus sociali, continuano a crescere, alimentando un deficit redistributivo sostenuto quasi esclusivamente da una minoranza di contribuenti con redditi medio-alti. 

Previdenza complementare: adesione, disparità di genere e nuova normativa sulla flessibilità

La previdenza integrativa si conferma una leva strategica solo parzialmente sfruttata dagli italiani. Secondo gli ultimi dati, meno del 40% dei dipendenti e meno di un quarto degli autonomi risulta iscritto a un fondo pensione, con una partecipazione attiva (versamento effettivo) ancor più bassa.

Le regioni presentano ampi divari: l’adesione supera il 60% solo in Trentino-Alto Adige, mentre nel Sud fatica a raggiungere il 30%. L’impiego del TFR nei fondi pensione rimane limitato, nonostante rappresenti oltre il 40% della raccolta nei fondi stessi: solo il 23,8% del TFR generato dalle aziende è stato destinato alla previdenza integrativa dal 2007 al 2024.

Il gender gap resta marcato: le donne hanno minori tassi di adesione e importi inferiori sia nei versamenti che negli assegni pensionistici futuri, complici carriere discontinue, minori retribuzioni e frequenti interruzioni lavorative. Nel 2024, le donne pensionate hanno percepito importi di vecchiaia inferiori del 30% rispetto agli uomini. Proprio per fronteggiare tali diseguaglianze, la normativa ha introdotto alcune deroghe per le madri nell’accesso alle pensioni anticipate contributive.

L’ultima Legge di Bilancio ha consentito di sommare i contributi INPS e quelli figurativi da fondi complementari per il raggiungimento della soglia di accesso alla pensione anticipata, con particolare vantaggio per autonomi, giovani e donne. Tuttavia, solo una minoranza utilizza strumenti di consulenza personalizzata e meno di un quarto dei lavoratori dispone di un “cuscinetto” previdenziale, come confermato dalle indagini Censis e Sella Sgr.

Sfide per la sostenibilità futura: demografia, requisiti anagrafici e costi del welfare

I rischi strutturali per la sostenibilità futura permangono elevati. L’invecchiamento della popolazione e la ridotta natalità confermano una tendenza che, secondo le previsioni della Ragioneria Generale dello Stato, porterà l’età pensionabile a innalzarsi progressivamente. Nel 2040 la soglia per la vecchiaia potrebbe superare i 68 anni, con effetti diretti sulla durata della vita lavorativa e sulla possibilità di pianificazione personale. Inoltre, l’andamento demografico determina una diminuzione del rapporto tra attivi e pensionati, mettendo sotto pressione i conti di tutte le gestioni, pubbliche e private.

Tra le maggiori sfide vi è il costante aumento della spesa pensionistica in rapporto al PIL, che secondo le stime potrebbe superare il 17% tra il 2040 e il 2042, rimanendo alto anche negli anni successivi. I costi del welfare e dell’assistenza sociale continuano a lievitare, sulla scia di bonus e misure redistributive che spesso superano i limiti di sostenibilità impostati dalla fiscalità generale. 



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