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Cosa significa il monito di Draghi per chi ha meno di 40 anni: lavoro, stipendi e prospettive in Italia

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di Dott. Luca Rossoni pubblicato il

Il monito di Draghi sulla crescita interroga il futuro degli under 40: tra occupazione, contratti a termine e stipendi che faticano a tenere il passo, inattività e competenze perdute, quali condizioni possono riaprire opportunità?

Eurostat ha registrato nel 2025 in Italia un tasso di NEET del 13,3% tra i giovani dai 15 ai 29 anni, contro l’11% della media dell’Unione europea. Nel 2015 era al 25,7%. Il calo è netto, ma la distanza dall’Europa resta e, per una parte dei giovani, il passaggio dalla formazione al lavoro continua a essere difficile. È in questa frattura quotidiana, tra trovare un impiego, mantenerlo e costruirci un progetto di vita, che si colloca il monito di Mario Draghi: un’economia che cresce poco tende a offrire meno occasioni a chi deve ancora entrare nel mercato del lavoro.

Il monito di Draghi: crescita e generazioni

Nel rapporto sulla competitività europea presentato nel settembre 2026, Mario Draghi ha descritto un’Unione esposta a una crescita debole, a ritardi di produttività e a una pressione crescente per investire e innovare. Se imprese e Paesi faticano ad aumentare la produttività e il valore prodotto, diventa più difficile sostenere salari, servizi e nuove opportunità professionali.

La ricaduta generazionale si vede anche nel modo in cui un mercato lento distribuisce rischi e vantaggi. Chi ha già un posto può conservare competenze, anzianità e tutele. Chi cerca la prima occupazione, o prova a cambiare settore, parte spesso da contratti brevi e retribuzioni più basse. La giustizia sociale riguarda anche le generazioni: conta come si distribuisce il reddito oggi, ma anche quanto è possibile per chi è giovane costruire autonomia, accumulare esperienza e migliorare la propria posizione.

La qualità delle opportunità dipende anche dalla capacità dell’economia di creare attività produttive, investimenti e lavoro qualificato. Il rapporto fra crescita e prospettive personali si legge nei dati sull’ingresso nel mercato del lavoro, sulla stabilità degli impieghi e sui salari.

Occupazione: l’età cambia il quadro

Le statistiche giovanili cambiano significato a seconda della fascia d’età. Tra i 15 e i 24 anni molte persone studiano ancora e non cercano un impiego; tra i 25 e i 40 aumenta il numero di chi dovrebbe consolidare una professione e rendersi indipendente. Una distinzione che aiuta a leggere i dati.

Nel 2024, tra i 20-40enni italiani usciti dai percorsi di istruzione e formazione, il tasso di occupazione era del 70,2%. La quota variava in base al titolo di studio: 56,2% per chi aveva al massimo un titolo secondario inferiore, 71,1% per i diplomati e 82,2% per chi aveva un titolo terziario. L’istruzione è associata a maggiori possibilità di occupazione, mentre restano marcate le differenze di genere e territorio. Nel gruppo osservato il tasso era del 77,4% per gli uomini e del 61,9% per le donne.

Nel Mezzogiorno il tasso di disoccupazione dei giovani considerati dall’ISTAT era, nel 2024, del 20,5%. Nel Centro si fermava al 9,8%, nel Nord al 6,3%. Anche con un titolo di studio, le prospettive dipendono dalla disponibilità di imprese, servizi e occupazioni qualificate nel luogo in cui si vive. Per alcuni, costruire un percorso professionale comporta anche valutare un trasferimento, con i relativi costi economici e personali.

Il tasso di disoccupazione indica la quota di persone senza lavoro che lo cercano attivamente, calcolata rispetto alla forza lavoro, cioè occupati e disoccupati. Chi non lavora e non cerca un impiego è invece classificato come inattivo. Sono condizioni diverse, e per leggere la situazione giovanile occorre tenerle distinte.

Un giovane può trovarsi fuori dal mercato del lavoro senza comparire tra i disoccupati. Può essere ancora impegnato nella formazione, avere smesso di cercare dopo tentativi infruttuosi, sentirsi scoraggiato oppure dover affrontare responsabilità familiari. Il tasso NEET considera chi non è occupato e non partecipa a istruzione o formazione, includendo così una parte di queste situazioni e persone inattive per ragioni diverse dalla ricerca di lavoro.

Per un under 40, la disoccupazione descrive una ricerca attiva che non ha ancora portato a un impiego; l’inattività può accompagnarsi a una pausa, a un percorso di studio o a uno scoraggiamento prolungato. In tutti questi casi, i periodi senza lavoro o formazione possono rendere più difficile acquisire esperienza e rientrare in un percorso professionale stabile.

Il primo ingresso spesso è a termine

Il numero degli occupati non esaurisce il quadro: conta anche la continuità del lavoro. Nel periodo 2024-2025, tra i 15-40enni entrati nell’occupazione, il 67,7% ha iniziato con un rapporto a termine e il 26,6% con un contratto a tempo indeterminato. Nello stesso periodo il tasso di ingresso dei giovani nell’occupazione è sceso al 7,8%, dal 12,1% del 2023-2024. In una fase di minore ricambio, chi riesce a entrare si trova ancora spesso davanti a un contratto temporaneo.

Un rapporto a termine può offrire esperienza, contatti e competenze spendibili. La difficoltà nasce quando una successione di incarichi brevi non si trasforma in una traiettoria professionale, rende imprevedibile il reddito o complica i progetti di una casa e di una famiglia. Per chi è all’inizio, la stabilità incide sulla possibilità di fare scelte che richiedono entrate regolari e prospettive credibili.

Anche i dati sui dipendenti privati mostrano la varietà delle forme di lavoro. Nel 2024 l’INPS ha rilevato un aumento del 4,9% dei rapporti intermittenti rispetto al 2023, mentre la somministrazione è diminuita del 2,5%. Le variazioni riguardano tipologie contrattuali diverse per durata e continuità.

La retribuzione iniziale cambia in base a settore, orario, contratto, territorio e mansione. Una media nazionale, quindi, non coincide con lo stipendio di chi comincia una carriera. Per inquadrare il potere d’acquisto è utile guardare ai salari reali, cioè alle retribuzioni corrette per l’inflazione. Secondo l’OCSE, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021, nonostante la crescita registrata nell’anno precedente. Gli aumenti nominali non avevano ancora compensato la perdita accumulata.

Il dato riguarda i lavoratori nel complesso. Per chi percepisce una paga d’ingresso e ha meno margini di risparmio, la pressione può farsi sentire in modo particolare: con un reddito contenuto e il costo della vita in crescita, sostenere spese abitative, spostamenti o formazione diventa più difficile. Gli aumenti contrattuali distribuiti nel tempo possono richiedere anni per recuperare la perdita reale. All’inizio del 2025, secondo l’OCSE, un dipendente privato su tre era ancora coperto da un contratto collettivo scaduto.

Anche l’esperienza incide sull’andamento delle retribuzioni. L’OCSE osserva che i giovani italiani sono stati colpiti dalla stagnazione dei salari reali e che i guadagni legati all’anzianità arrivano spesso più avanti nel percorso professionale. Nel 2022-2023 i laureati italiani tra i 25 e i 40 anni avevano un premio salariale di circa il 45% rispetto ai lavoratori con istruzione inferiore alla secondaria superiore; la media OCSE era del 72%. Il titolo terziario offre un vantaggio, ma il rendimento economico medio è più contenuto che in molti altri Paesi aderenti all’organizzazione.

NEET, mobilità e competenze che si perdono

Il dato italiano sui NEET affianca un miglioramento di lungo periodo a un ritardo ancora evidente. La quota dei 15-29enni era del 25,7% nel 2015; nel 2025 è scesa al 13,3%, mentre nell’UE si è attestata all’11%. La distanza si è ridotta e l’Italia resta sopra la media europea. Le differenze interne al Paese rimangono: il valore nazionale può convivere con territori dove le opportunità sono più rare e il passaggio verso l’occupazione più lento.

Un’altra misura delle prospettive è la mobilità verso l’estero. Secondo una stima dell’OCSE, tra il 2012 e il 2023 sono emigrati oltre 400.000 italiani tra i 18 e i 40 anni, circa il 6% della fascia d’età. Il trasferimento può essere una scelta formativa o professionale, anche temporanea. Diventa un segnale di fragilità quando competenze acquisite in Italia si spostano in modo duraturo perché altrove sono più accessibili stipendi, carriere e contratti coerenti con la preparazione.

Il cambiamento tecnologico modifica il valore e i contenuti delle competenze. Le imprese hanno bisogno di professionalità capaci di combinare conoscenze tecniche e digitali con la capacità di adattarsi. Per i giovani, aggiornarsi può allargare le possibilità; resta però necessario che ci sia domanda di lavoro. Formazione e apprendimento continuo funzionano meglio quando sono collegati a posti disponibili, a un orientamento efficace e a percorsi che non scarichino sul singolo lavoratore tutto il costo dell’aggiornamento.

Quali condizioni possono riaprire opportunità

Il calo dei NEET nell’ultimo decennio e il vantaggio occupazionale associato a un livello d’istruzione più alto indicano che i percorsi possono migliorare. Le scelte individuali si intrecciano con la capacità dell’economia di trasformare innovazione e investimenti in imprese più produttive, lavoro qualificato e retribuzioni capaci di crescere. Servono anche servizi per l’impiego, formazione accessibile e passaggi più efficaci dalla scuola e dall’università al lavoro.

Per i giovani, la valutazione di un’opportunità può partire dalle competenze che permette di acquisire, dalle possibilità di rinnovo e dalla coerenza tra studi e mansioni. Sono criteri utili, ma la crescita professionale dipende anche dalla disponibilità di impieghi di qualità e dall’andamento delle retribuzioni.

Per chi ha meno di 40 anni, il monito di Draghi si traduce in una questione concreta: quando l’economia fatica a generare crescita e produttività, il costo ricade soprattutto su chi deve ancora consolidare lavoro, reddito e autonomia. Riaprire le aspettative richiede che le competenze incontrino una domanda, che il primo impiego possa trasformarsi in un percorso e che la crescita arrivi fino a salari più alti e maggiore stabilità. È così che la giustizia fra generazioni può diventare una possibilità concreta di progettare il futuro in Italia.






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Dott. Luca Rossoni

Il dott. Luca Rossoni è un esperto analista finanziario con oltre 30 anni di esperienza nel settore delle finanze. Ha conseguito la laurea in Economia e Commercio presso l'Università Bocconi e ha lavorato per prestigiose istituzioni bancarie e società di consulenza. Specializzato in strategie di investimento e gestione del rischio, Luca ha aiutato numerosi clienti a ottimizzare i loro portafogl...