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Cosa succede alla pensione se si hanno debiti con l'INPS?

di Marianna Quatraro pubblicato il
Cosa succede pensione debiti

Avere debiti con l'INPS può influire sulla pensione: ecco quando e come vengono recuperati i crediti, quali sono i limiti di legge, i diritti del pensionato e le procedure specifiche previste

Gestire rapporti con l’INPS può risultare complesso, specialmente quando emergono situazioni di debito legate a contributi non versati o indebite percezioni. Questa condizione, sempre più diffusa negli ultimi anni, suscita dubbi e preoccupazioni tra chi si avvicina all’età pensionabile o tra chi già la percepisce. È importante chiarire che la formazione di un debito con il principale ente previdenziale italiano non preclude di per sé il diritto a ottenere trattamenti pensionistici. Tuttavia, la questione coinvolge tematiche rilevanti: dalle concrete modalità di recupero credito fino alle garanzie previste dalla legge in difesa del cittadino. 

Debiti con l’INPS e diritto alla pensione: cosa succede?

La presenza di un debito previdenziale, sia esso derivante da contributi omessi o prestazioni indebite, non impedisce in alcun modo la liquidazione della pensione. Il diritto all’assegno rimane integro, e questo significa che il pensionato in debito con l'Inps percepisce comunque la sua pensione. Ciò che cambia, eventualmente, è la modalità di erogazione delle somme dovute ogni mese. Il meccanismo di tutela della funzione alimentare della pensione trova solide basi sia nella normativa nazionale che nella giurisprudenza, la quale ha più volte ribadito che l’ente previdenziale non può bloccare o sospendere in toto la prestazione, neppure di fronte a esposizioni debitorie.

L’erogazione della pensione resta, quindi, garantita, e le somme relative al debito vengono gestite secondo criteri legislativi che privilegiano la continuità del trattamento. Questo assetto normativo è volto a preservare la sicurezza reddituale minima, evitando situazioni di improvvisa privazione che nuocerebbero, anche dal punto di vista sociale, a migliaia di famiglie. 

Come l’INPS recupera il credito: trattenute, pignoramenti e limiti di legge

Quando un soggetto risulta debitore verso l’INPS, l’ente adotta strumenti di recupero del credito che prevedono un’attenta valutazione nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. La modalità principale consiste nell’applicazione di una trattenuta diretta sulla pensione.

I limiti di questa misura sono delineati per tutelare il reddito minimo vitale:

  • La trattenuta non può, in alcun caso, superare un quinto (1/5) dell’importo netto mensile della pensione. calcolato dopo la detrazione fiscale.
  • Questa soglia vale anche per eventuali somme pregresse da recuperare.
  • L’importo oggetto di trattenuta non può mai intaccare la quota di pensione riconducibile al trattamento minimo, tutelando così una soglia di sussistenza imprescindibile.
Pignoramenti e sequestri sono inoltre disciplinati da un apparato normativo rigoroso: l’importo minimale, spesso pari al doppio dell’assegno sociale rivalutato annualmente e comunque mai inferiore a 1.000 euro, è considerato impignorabile. Queste regole si applicano anche in caso di pignoramento presso terzi, secondo le recenti direttive della giurisprudenza, impedendo che il pensionato venga privato di mezzi essenziali alla sopravvivenza.

Un aspetto di rilievo riguarda la natura del debito recuperato: se deriva da omissioni contributive, la trattenuta può riguardare solo capitale e non sanzioni o interessi amministrativi. 

Prestazioni assistenziali e limiti al recupero di debiti INPS

Le prestazioni assistenziali riconosciute dall’INPS, come l’assegno sociale o la pensione di invalidità civile, si distinguono profondamente da quelle previdenziali, come la pensione ordinaria o anche di reversibilità, in quanto sono destinate a soddisfare bisogni primari e non possono essere mai bloccate o pignorate per il recupero di debiti, a meno che il debito abbia lo stesso titolo della prestazione assistenziale percepita e solo con il consenso espresso dell’interessato.

L’INPS, quindi, può procedere a trattenere somme solo laddove il debito scaturisca dalla stessa prestazione erratamente corrisposta, altrimenti deve rispettare una separazione netta tra i due tipi di trattamento. Il limite massimo della trattenuta di 1/5 resta comunque valido anche per queste prestazioni, lasciando intatti i requisiti della funzione sociale e la tutela dei beneficiari.

Infine, tanto l’assegno sociale quanto l’indennità di accompagnamento restano non pignorabili oltre i limiti di legge.

Quando l’INPS può chiedere la restituzione: regole, prescrizione e casi particolari

Il meccanismo secondo cui l’ente previdenziale può richiedere la restituzione di somme erogate a titolo pensionistico trova disciplina sia nel Codice Civile, sia in leggi speciali. L’art. 2033 c.c. prevede l’obbligo di restituzione di ciò che è stato percepito senza averne diritto, ma la materia previdenziale introduce importanti deroghe in ragione della finalità alimentare della pensione.

La richiesta di rimborso da parte dell’INPS è subordinata al rispetto dei seguenti principi:

  • Regola della buona fede: Se l’errore è imputabile unicamente all’ente e il beneficiario ha agito in assenza di mala fede, non scatta l’obbligo di restituzione delle somme versate, soprattutto quando la pensione è stata liquidata definitivamente e non vi sono stati comportamenti reticenti o fraudolenti da parte del beneficiario.
  • Prescrizione: Il termine per la richiesta di restituzione è ordinariamente di dieci anni, decorrenti dal momento della consapevolezza dell’errore da parte dell’INPS. In casi di controllo su redditi comunicati annualmente, la richiesta deve essere notificata entro il 31 dicembre dell’anno successivo alla dichiarazione.
  • Decorrenza e limiti: Decorso il termine di prescrizione, il diritto al recupero si estingue, salvo provata dolo del pensionato. In presenza di dolo, come dichiarazioni false o omissioni volontarie, il recupero resta possibile anche oltre i limiti temporali ordinari.
Casi particolari includono le liquidazioni provvisorie, dove, se il ricalcolo definitivo giunge a distanza di molti anni ed il beneficiario resta incolpevole, la giurisprudenza prevalente tende a non legittimare la richiesta di restituzione, specialmente quando il lungo differimento sia imputabile all’INPS.

Nei casi di indebiti legati a prestazioni collegate al reddito (ad esempio, assegno sociale), l’ente è vincolato a notificare tempestivamente l’indebito e il pensionato può contestare l’eventuale richiesta qualora sia stata presentata fuori dai limiti temporali previsti. 

Procedura di recupero e possibilità di rateizzazione

L’avvio del procedimento recuperatorio da parte dell’INPS segue una procedura strutturata e trasparente. Il pensionato viene innanzitutto informato tramite comunicazione formale contenente dettagli sull’importo dovuto, sulle ragioni della richiesta e sulle modalità per adempiere.

Tra le opzioni disponibili:

  • Compensazione diretta e trattenute, secondo le modalità e nei limiti legali già indicati.
  • Rateizzazione del debito: il soggetto può aderire a un piano di rate, solitamente entro 30 giorni dalla notifica della somma da restituire, presentando domanda tramite portale telematico.
  • I piani rateali possono essere molto lunghi (fino a 120 mesi), così da salvaguardare la sostenibilità del rimborso e la dignità del pensionato, specie nei casi di importi elevati.

 






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